Vorrei spiegare brevemente perché considero Oswald Mathias Ungers, morto qualche giorno fa a 81 anni nella sua casa di Colonia, il miglior architetto tedesco di quest'ultimo mezzo secolo. Quando l'ho conosciuto, nel 1959, egli già possedeva le tre qualità che sono a mio avviso indispensabili per essere un architetto importante: la testardaggine appassionata, il talento per la costruzione oltre che per il progetto e l'attitudine da grande intellettuale che considera necessario dare fondamento teorico ai propri progetti.
Una delle cose che mi colpì di lui quando lo conobbi fu che egli era uno dei rarissimi architetti tedeschi operanti ad avere piena coscienza della grande e difficile tradizione del moderno in Germania, ad accettare la stretta connessione tra ideologia, storia ed architettura riconoscendone qualità, peso e necessità di operare su di essa una critica attraverso la concretezza delle opere.
Alla fine degli anni Cinquanta sovente la cultura tedesca tendeva alla elisione della propria storia, mentre è proprio in quegli anni che egli comincia a mettere insieme la sua famosa biblioteca di architettura come un indispensabile strumento per la progettazione, anche se non è mai riconoscibile nella sua architettura alcuna debolezza per gli stili storici. Quella biblioteca è caratterizzata non solo dai trattati e dai libri dell'architettura classica, ma dalla presenza di documenti importanti sull'architettura dell'espressionismo tedesco, proprio là, cioè, dove si incrociano molti diversi cammini: verso la perdizione e verso la salvezza. Non vi è dubbio che la lezione dell'espressionismo, specie nella sua versione sachlich, sia presente nell'architettura di Oswald Mathias Ungers: «Sappiamo quello che sappiamo ma abbiamo dovuto pagarlo caro», dice Franz Biberkopf alla fine di Berlin Alexanderplatz.
(...)