C'è una generazione di uomini che non solo ha sognato un'altra Napoli, ma ha provato a progettarla, cercando una direzione nella deriva della postmodernità. Sono diciotto le voci degli architetti napoletani intervistati da Diego Lama nel bel volume Storie di cemento in uscita per i tipi dell'editore Clean. Le lunghe conversazioni con i maestri dell'architettura napoletana sono state realizzate dal 2005 a oggi e due di quelle voci ora sono spente: scomparsi prima della pubblicazione del volume due dei più anziani interpellati, Michele Capobianco e Renato Avolio Di Martino.
Le interviste sono articolate secondo uno schema comune: a tutti i professionisti vengono rivolte nello stesso ordine le stesse domande; queste però vengono riportate solo una volta, nell'introduzione. Per il resto ogni capitolo è come un appassionato flusso di coscienza in cui gli architetti rievocano la loro carriera fin dagli esordi, intrecciando ricordi personali e familiari con il loro percorso di ricerca e il resoconto degli obiettivi raggiunti. Lama offre al lettore solo brevi coordinate iniziali - quando si è svolto l'incontro, in quale ambiente e in qualche caso perfino che umore aveva l'intervistato - riuscendo con pochi sapienti tratti a tracciare un profilo esauriente del personaggio. Poi, è la materia stessa a prendere il sopravvento. Perché attraverso i discorsi dei diciotto architetti si dipana il racconto di Napoli, soprattutto della Napoli degli anni Cinquanta e Sessanta, che segnarono trasformazioni indelebili e talvolta dolorose del tessuto urbano. (...)