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Benjamin l'ideologo nella città depravata

 
Testata:
la Repubblica
 
Data:
03-11-2007
 
Autore:
Cesare De Seta
 
 
Il 19 agosto del 1925 Walter Benjamin pubblicò sulla "Frankfurter Zeitung" una corrispondenza di viaggio dedicata a Napoli: la firma con la sua amica Asja Lacis, con la quale era andato anche a Capri e a Sorrento: è la prima di una serie che comprenderà Mosca, Weimar, Marsiglia, Parigi, San Gimignano per concludersi con quel diamante di luce purissima che è Infanzia berlinese intorno al millenovecento del 1933, anno dell'avvento di Hitler e anno in cui l'ebreo Benjamin è costretto a riparare a Parigi. Einaudi ripropone questi testi col titolo Immagini di città con introduzione di Claudio Magris e uno scritto di Peter Szondi, primo editor di questa raccolta uscita nel 1963 da Suhrkamp. Ma torniamo a Napoli. Non ricordo quando ho letto la prima volta questo breve testo, ma ricordo assai bene il senso di disagio che suscitò in me l'alone di chiacchiere che di lì a poco avvolse la metafora che Benjamin adotta per qualificare la città. Napoli "città porosa" divenne un luogo comune, un grimaldello, buono a spiegare tutto e il contrario di tutto: editore di comica pretenziosità diede la stura e analisti si chinarono a indagare la diversa porosità dell'antica Partenope in senso orizzontale e verticale, nel tempo e nello spazio. Ho memoria del rumore che la "porosità" produsse, ma il resto - confesso - è scivolato come acqua sul vetro. La responsabilità non è certo della metafora benjaminiana che, per altro, è perentoria ed efficace: «Porosa come questa pietra è l'architettura. Struttura e vita interferiscono continuamente in cortili, arcate e scale. Dappertutto si conserva lo spazio vitale capace di ospitare nuove, impreviste costellazioni. Il definitivo, il caratterizzato vengono rifiutati».
Lo scrittore ha afferrato un carattere saliente della città, intesa come unità di uomini e pietre, dove nessuna forma (sia essa sociale o architettonica) è «pensata per sempre». C'è una labilità perenne, un continuo divenire, un transitare da uno stato all'altro che è proprio il contrario del «tutto concluso» di Berlino, la città-caserma per antonomasia, a petto della città-ameba del Mediterraneo da Napoli a Marsiglia. Ma la porosità che tanto piacque, non è specialità napoletana, come la pizza, ma ricorre pari pari quando Benjamin parla dell'esistere come questione collettiva a Mosca nell'anno 1927, a cui è dedicato il più lungo di questi profili. Anche lì c'è un moto continuo che stoltamente Benjamin trova persino allegro, dove bande di bambini miserabili, che lui stesso descrive come miserabili, brulicano per la città, s'insinuano ovunque, escono e entrano da antri che rassomigliano ai "bassi" di Napoli.
(...)
La Napoli del '25 e la Mosca del '27 sono due dimensioni urbane agli antipodi, ma con elementi di forte connessione: nella civitas Napoli respira e ansima un'umanità di mendichi che trasmigra da un luogo all'altro grazie alla porosità geologica e architettonica, dove «nulla infatti è finito e concluso», dove s'esalta «la passione dell'improvvisazione» e la vita si svolge come su una scena teatrale volta a esaltare la più misera delle esistenze. Benjamin è un implacabile analista della irripetibile depravazione della strada napoletana e queste immagini gli saranno certo venute comode per i suoi studi sul dramma barocco: dove il seno della chiesa è il luogo preposto e idoneo perché questo popolo possa «vivere secondo la sua ricca barbarie sviluppatasi dal cuore stesso della grande città». (...)
 
 
 
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