La critica, ormai consolidata, ai Piani regolatori definitori ed impositivi degli anni '80 è orami acquisita. Bisogna decidere come si governano le fasi dei processi e sino a che punto questi possono essere frammentati. Il tema è di trovare un rapporto tra particolare e generale, cioè tra l'intervento singolo (su un edificio o su un'area) e il disegno generale della città.
C'è sempre una domanda latente: quale città vogliamo cioè quale ambiente che per fatto di eventi sia riconoscibile come proposta accettata di ambiente urbano? Il piano inteso come processo si propone anche di svolgere un ruolo molto realistico cioè far si che le scelte siano connesse direttamente con una operatività concreta.
E' chiaro che se nella contrattazione il potere del privato predomina (spesso il privato ha in mano la gestione economica) il rischio aumenta e si può prevedere una rinuncia dalla ricerca dell'interesse generale della città. Si instaura una procedura che è stato denominato "marketing urbano" dove i valori della città sono considerati come valori da contrattare con il rischio che siano le regole del mercato ad imporre le decisioni. Il rischio cresce in quanto la procedura tende ad abbreviare drasticamente i tempi di ricerca e di riflessioni per affrettare le decisioni. Comanda la cosiddetta efficienza.
Ad esempio a Torino (e a Milano) si va accettando che sia attuabile la costruzione di edifici alti, (detti grattacieli) ed è chiaro che questa scelta muterà in modo radicale l'immagine della città. Però non è chiaro chi sia l'autore di questa scelta, e con quali riflessioni sia stato adottato. Questa procedura produce in primo luogo negli addetti ai lavori (architetti, ingegneri, costruttori), ed anche sui fruitori più attenti, un senso di alienazione. Il pensiero corrente è questo: la città la fanno "altri" noi possiamo solo accettare le scelte già ampiamente concordate. D'altra parte non pare che queste procedure dove applicate abbiano portato a risultati eccellenti.
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