Francesco Rutelli ha parecchie ragioni quando deplora le orrende villette dei geometri, e depreca l'assenza degli architetti davanti all'enorme richiesta dì abitazioni. Ma allora bisognerebbe anche biasimare la maggioranza degli italiani che preferiscono le atroci villette ai «casermoni» periferici edificati dai migliori architetti dei successivi regimi, dagli anni Trenta in poi. Oltre tutto, abitando a Roma, i cittadini paiono poco propensi ai celebrati architetti. A proposito del rinomato Auditorium di Renzo Piano, generalmente osservano: un percorso d'accesso meschino, mancanza di scale mobili come abbondano nei cinema multisale, mancanza di uno «spazio di socializzazione» (l'antico «foyer») per cui una media clientela di mezza età passa gli intervalli su squallidi pianerottoli da garage multipiani perché non se la sente di fare e rifare settanta/ottanta scalini per quattro volte. Davanti all'Ara Pacis di Richard Meier, molti cittadini anticipano già i giudizi della prossima generazione, analoghi a quelli degli architetti del dopoguerra sulle opere dei loro colleghi nell'anteguerra. Protagonismo spropositato del contenente rispetto al contenuto; invasività dell'ingombro nel contesto urbano; scalinate e muraglioni grevi che bloccano le viste, sia verso il Tevere sia verso la città e le chiese. O addirittura una serie di pericolosi esempi per i geometri che applicheranno una analoga megalomania alle future villette sulle coste e sui colli?