In uscita il nuovo numero della rivista «Mezzogiorno Europa» diretta da Andrea Geremicca, con interventi, tra gli altri, di Massimo Lo Cicero, Antonio Ghirelli, Eirene Sbriziolo e Paolo De Vivo e una conversazione dello stesso Geremicca con Roberto De Simone e Roberta Carlotto. Anticipiamo uno stralcio dall'articolo di Sergio Lambiase
«La rigenerazione culturale di Napoli
Oggi una partita decisiva si gioca sul piano del rinnovamento urbanistico, spesso affidato al glamour di architetti di fama. Qui Napoli sconta un grave ritardo, laddove le altre grandi città italiane sono investite da una voglia di rinnovamento, dopo anni di stagnazione. Nei paesi anglosassoni questa metamorfosi dell'idea di città ha un nome: gentrificazione. In passato gentrificare (italianizzazione di to gentrify: rendere signorile) voleva dire risanare i vecchi quartieri e cacciarne gli abitanti a reddito basso. Adesso, depurata dai veleni classisti, vuol alludere a una intenzione meno spuria: rinnovare le città storiche per arginarne il declino, ma senza cerare nuovi ghetti in periferia. Ora molti degli interventi urbanistici che stanno ridisegnando le principali città europee, prima che italiane, si fondano su un elemento comune: la dismissione di interi bacini industriali, la riconversione, la trasformazione delle città da luoghi della produzione materiale a centri di scambio (di merci, di servizi, di informazioni). Ma tutto ciò invece di penalizzare lo sviluppo, finisce per invogliarlo. È un punto centrale. Se le dismissioni aziendali si sono trasformate in tutta Europa in un'opportunità urbanistica, la cosa è tanto più vera per Napoli, investita com'è da un rapido processo di deindustrializzazione che ha riguardato vastissime aree della città, sia ad est che a ovest (Bagnoli, ma anche Pozzuoli). La rigenerazione culturale di Napoli, il suo consolidamento volta a incanalare in un circolo virtuoso tutto il pulviscolo di iniziative che la città di continuo sollecita, non può che partire dunque che dalla sua rigenerazione urbanistica. Ad onta della retorica patria che le vede connaturata la bellezza, è invece la «bruttezza» che continua a corrodere la metropoli: intendo dire la sciatteria edilizia, l'assenza di decoro urbano (ma non esiste un assessorato adibito allo scopo?), l'alterazione quotidiana di ciò che dovrebbe essere difeso armi un pugno. Penso al centro storico entrato nel novero dei beni Unesco, eppure preda di continui scempi: sopraelevazioni, finestre e balconi modificati per sostituire le vecchie persiane con le serrande, negozi orribili, eccetera. Salvaguardarlo dall'incuria non dovrebbe essere compito prioritario della cultura? (...)
La bruttezza ci rende brutti. Nel senso che abituandoci alla disarmonia dilagante, non ci permette più di percepire i grandi e piccoli cedimenti verso il basso che l'ambiente esterno incessantemente sollecita, anche per la latitanza di chi dovrebbe esercitare una funzione di controllo e di dissuasione (vogliamo perdere definitivamente il velo protettivo dell'Unesco sul centro storico di Napoli?).»