Lo sa, vero, che i greci non costruivano ponti perché ritenevano sacrilego unire due spazi separati?
«Io preferisco pensarla come Martin Heidegger - risponde Michele De Lucchi, ferrarese, 56 anni, uno dei maestri del disegno industriale italiano, che firma il ponte di accesso e l'allestimento del Design museum milanese, che aprirà il 6 dicembre in Triennale -: credo che il ponte unisca, anche metaforicamente. Soprattutto oggi, che c'è necessità di tolleranza, c'è bisogno di ponti».
Il suo ponte com'è?
«Ho fatto un oggetto di design, costruito in fabbrica con il falegname Riva di Cantù e montato in Triennale proprio adesso, alla vigilia dell'apertura del museo dedicato al design».
Montato come quello di Calatrava a Venezia che sta generando molte polemiche...
«Beh, questo ponte è come uno sci laminato, fatto tutto in fabbrica. È un ponte speciale nella struttura della Triennale: nato un po' da solo. C'era bisogno di costruire una nuova circolazione per il museo che doveva risaltare e avere un proprio ingresso, una specie di vetrina».
E come si è relazionato con il palazzo di Giovanni Muzio?
«Ho la coscienza a posto con Muzio; credo che a lui questo ponte piacerebbe, solo che ai suoi tempi non lo poteva fare, le tecnologie non erano perfezionate come oggi. Ho costruito un ponte di bambù, materiale che ha forza straordinaria, e con colle pressate».
E i colori?
«Ho lasciato il colore naturale. Altre parti sono verniciate con il grigio Triennale, quello dato da Muzio agli infissi del palazzo».
A lei piace progettare ponti e tralicci, ha disegnato anche quelli dell'Enel...
«Li ho progettati con Achille Castiglioni e all'inizio eravamo spaventati. Forse questi oggetti mi piacciono perché sono a metà strada tra design e architettura, e si legano alla tradizione di Gio Ponti, Marco Zanuso e i grandi maestri italiani ».
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