Dinosauri e cavernicoli, retrogradi, antimoderni(sti). Anche, secondo il maestro Fuksas, fregnacciari e frustrati. Che stile, perbacco, i difensori e fautori dei grattacieli subalpini, nella polemica sollevata dal comitato «non grattate il cielo di Torino» contro l'elegante creatura di Renzo Piano, il parallelepipedo di vetro, acciaio e cemento, destinato agli uffici direzionali della superbanca Intesa-San Paolo.
Dovrebbe alzarsi per poco meno di 200 metri (ma Piano ha detto che la statura, 30 metri più, 30 metri meno, è trattabile) all'angolo di corso Vittorio con corso Inghilterra, davanti alle ex carceri Nuove e a fianco di un altro torracchione previsto per la Sai Fondiaria da Ligresti, ma con trattative ancora in alto mare: meno male vista la fama del costruttore.
E' invece pronto, come quello di Piano, il progetto del grattacielo di Massimiliano Fuksas per la nuova sede della Regione al Lingotto: 220 metri che l'architetto, così garbato con chi obietta, non si sogna di toccare. Ha spiegato che come non si discutono i guru della medicina anche quelli dell'architettura meritano assoluta fiducia. Ha potuto, d'altra parte, liquidare facilmente chi sosteneva che la sua torre, pur lontana 800 metri, avrebbe «oscurato» il Lingotto, figuriamoci, cioè quel mezzo chilometro di stabilimenti che grazie a una totale ristrutturazione interna - resa accettabile, va detto, soltanto dal genio di Piano - ha potuto ritrovare nuova vita mantenendo l'imponenza esemplare di quant'era schiacciante e soffocante la fabbrica fordista.
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I costi dei grattacieli, circa 250 milioni l'uno, toccheranno ai privati per quello di Piano e, per quello di Fuksas, «non graveranno sui contribuenti», promette la Regione che conta di risparmiare milioni di affitti annui e vendere uffici e abitazioni del futuro villaggio. Quali argomenti e piagnistei possono ancora far valere i cavernicoli che vengono volentieri identificati con la cosa rossa e la sinistra radicale, e insistono, quasi un secolo dopo, a non identificarsi immediatamente e un po' provincialmente con le meraviglie futuriste della «città che sale»?
Innanzitutto come sale e perché, appunto. (...)
Ma discuterne la validità, per chiedere, invece, un progetto complessivo della città che affronti magari il disastro dell'edilizia pubblica, l'abbandono o il sottoutilizzo delle aree industriali dismesse, la situazione degli spazi culturali - c'è, per esempio, un festival europeo di teatro senza una sala degna del nome - le città della salute e della memoria, non mi pare argomento da frustrati. Semmai da congresso mondiale degli architetti, l'anno prossimo.