Vorrà pur dire qualcosa la fioritura, peraltro eccellente per valore documentario e testimoniale, di libri che mettono in mostra la «città perduta» - per rifarsi alla celebre rubrica di La Duca che scavava nei trascorsi storico-urbanistici palermitani - e l'affollamento che si registra alle presentazioni. Oltre l'indubbia aura di serietà e competenza che circonda i nomi degli autori - ultimi libri di grande formato usciti di seguito in queste settimane, In tempo di bagni di Adriana Chirco e Dario Lo Dico, edito da Kalòs, Saluti da Palermo di Rosario La Duca e Giulio Perricone, 100 chiese nell'ombra di Giulia Sommariva, entrambi editi da Dario Flaccovio - deve esserci dell'altro, come un atto compensativo dello scontento da cui siamo presi in veste di cittadini, il rimpianto per una condizione urbana di inizio XX secolo che ispira tenerezza e, a confronto con l'attualità, qualche dubbio sulla direzione intrapresa. Dalle foto e cartoline che la raffigurano, emerge infatti una città che tesse i tesori del passato, «monumenti» storici in ottimo stato di conservazione, con le innovazioni architettoniche di cui andava giustamente fiera per aver raggiunto, nella breve stagione Liberty di Basile, Armò, Alagna e gli altri, le vette di un linguaggio alto tanto da competere con le indiscusse icone, Olbrich, Horta, Van de Velde, dell'Art Nouveau del Nord Europa. (...)
Da qui, dalla delusione per una città nuova che non è moderna, dall'avvilimento per una condizione urbana trafelata in progressivo peggioramento, dal disinganno per i criteri urbanistici ancora impostati sullo sfruttamento delle aree piuttosto che sulla costruzione di benefici e bellezza, dalla rabbia per aver scambiato un centro urbano ammirato da tutti con un agglomerato di periferie sciatte e sconfortanti, veri fiumi carsici di disagio sociale, quindi dall'amore per una città che non si vorrebbe perduta, da qui nasce l'incessante esplorazione di immagini, modi, storie e aspetti, usi, costumi e consuetudini che gli studiosi trasformano in libri «palinsesti della memoria». Nella speranza che la conoscenza del passato possa servire, come succede nelle società evolute, a costruire un futuro urbano migliore, perché ravveduto.