«Sua Eccellenza il Capo del Governo», informa una nota ufficiale in data 15 gennaio 1934, «si è compiaciuto di dare il proprio assenso perché abbia luogo in Italia il progettato corso di conferenze sulle nuove forme dell'Architettura moderna» ad opera del «noto architetto francese Le Corbusier». Di questo soggiorno romano dell'artista, che avrebbe poi avuto luogo nel giugno del '34, si parlerà dal 13 al 15 dicembre, a Roma, in un convegno intitolato L'Italia di Le Corbusier: 1907-1965, a cura di Marida Talamona. Ma ricostruiamo quel viaggio di settantatré anni fa. All'interessato, il quarantasettenne Charles-Edouard Jeanneret, Le Corbusier appunto, che la aspettava a Parigi, la notizia fu comunicata per lettera da un suo amico italiano, l'ingegner Guido Fiorini, con molta esultanza: «Victoire! Victoire!». Di una vittoria, infatti, si trattava. Da due anni il maestro dell' architettura moderna si adoperava per ottenere il benestare alla sua visita nella capitale italiana. La richiesta aveva appena fatto in tempo ad arrivare a Roma, che intorno ad essa s'erano aggrovigliati pareri discordi. Lo scontro, dopo aver coinvolto i sindacati dei Professionisti e degli Artisti, finì per investire vari ministeri: Esteri, Corporazioni, Interni. Fra le obiezioni al viaggio ne spiccava una: il «proponente» era «straniero» e, forse, «comunista» (diceria, quest' ultima, erronea). Non restava dunque che appellarsi al Duce, come per un affare di Stato. A rimuovere l'iniziale veto di Mussolini intervennero mediazioni significative. Per impulso di Pietro Maria Bardi, attivo difensore dell'architettura "razionalista", si mossero in favore del viaggio Giuseppe Bottai e l'accademico d' Italia Massimo Bontempelli, direttore, insieme con Bardi, della rivista Quadrante. Essi si fecero garanti della correttezza politica di Le Corbusier e riuscirono ad attenuare le riserve del Duce sui problemi interni che poteva suscitare l'arrivo a Roma di un personaggio-simbolo dell'urbanistica moderna. L'assenso finale del dittatore mitigò la contesa. In Italia, "Corbu" era stato già tre volte. A vent' anni, nel 1907, aveva visitato Firenze, Lucca, Siena, Pisa, Ravenna; infine Venezia, che lo abbagliò: «Je prends Venise à témoin», avrebbe spesso ripetuto.
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Le tre settimane che Le Corbusier vi trascorre sono annotate dall'artista in un suo carnet: un mucchietto di fogli graffiati da un'ardua scrittura. A interpretarli e trascriverli per la prima volta è stata Marida Talamona, curatrice del convegno romano e docente di storia dell'Architettura a Roma Tre. Ne darà conto in un intervento al convegno, appunto. Nomi, cognomi, schizzi di edifici. Giudizi fulminanti. Ragguagli d'ambiente. Figurano in questo journal gli amici vecchi e nuovi dell' ospite illustre: Pirandello, Bontempelli con la sua giovanissima compagna Paola Masino, Fiorini, Libero De Libero, Bardi, il pittore Corrado Cagli. Sfilano gli industriali che egli ha voluto incontrare - Olivetti, Agnelli, Volpi di Misurata - e sui quali conta per appoggi finanziari in vista di futuri progetti costruttivi, per esempio l'Expo parigina del '37. Seguono cenni al modo di passare svagatamente le serate. Quella Roma in cui, atteso o temuto, piomba il grande architetto è teatro di polemiche pubbliche, che però lo riguardano da vicino. Ci si divide, in politica, sul peso e il significato da dare all' architettura moderna. I fautori del "nuovo" - Bottai, Bontempelli, Filippo Tommaso Marinetti, Enrico Prampolini, Luigi Figini, Gino Pollini, Luigi Piccinato, Giovanni Michelucci e il gruppo Banfi, Belgioioso, Peressutti e Rogers - sono avversati dai tradizionalisti, di nome oscuro ma risoluti nel considerare i fautori del "razionalismo" una schiera di invasori esterofili. In una zona di mezzo si collocano alcuni notabili illustri, del livello, ad esempio, d'un Piacentini. (...)