L'oasi verde e tranquilla del Victoria Park è un luogo adatto per osservare ciò che fa di Hong Kong una città cinese diversa da tutto il resto della Cina. Attorno a questo parco che potrebbe essere nel centro di Londra, ovunque giri lo sguardo vedi impronte indelebili dello stile britannico ereditato dal periodo coloniale. Gli autobus a due piani. I club per banchieri con i fumoir dalle pareti in mogano e le finestre affacciate sulla baia.
L'eleganza cosmopolita delle signore nelle sale da tè. Il design raffinato dei grattacieli firmati da Sir Norman Foster e Ieoh Ming Pei. C'è soprattutto la cultura delle libertà e dei diritti umani, che a Victoria Park attira ogni anno migliaia di manifestanti, per protestare nell'anniversario del massacro di Piazza Tienanmen. Ma qui vicino al parco, nei palazzi del nuovo potere che amministra Hong Kong, il governatore dell'isola Donald Tsang ha un'altra visione. Per lui la metropoli vincente del XXI secolo è come una multinazionale in competizione sul mercato globale, un "logo" da imporre per attirare capitali, talenti umani, idee e innovazioni. Perciò l'isola di Hong Kong, con i suoi 7 milioni di abitanti, gli sta stretta. Tsang ha deciso di lanciare un'Opa su un'altra metropoli gigantesca, la città-gemella sulla terraferma: Shenzhen, 10 milioni di abitanti, cuore pulsante della potenza industriale cinese.
La proposta di matrimonio è ormai ufficiale. Il progetto è realizzare una megalopoli più grande di New York, Londra, Tokyo. Il simbolo della fusione è appena stato inaugurato, si chiama Hong Kong-Shenzhen Western Corridor, un immenso ponte autostradale che quadruplica il flusso di traffico su gomma tra le due città. Presto seguiranno il treno ad alta velocità, e il metrò ultrarapido fra i due aeroporti internazionali. «Sarà uno strumento al servizio della potenza cinese nel mondo», proclama il progetto ufficiale degli esperti della Bauhinia Foundation, pensatoio al servizio della municipalità di Hong Kong. «È da anni che ammiro Hong Kong e cerco di imparare da lei», ha risposto con entusiasmo il fidanzato: Xu Zongheng, sindaco di Shenzhen.
È difficile immaginare due promessi sposi più diversi. Da una parte c'è Hong Kong, l'aristocratica dall'esotismo snob, la City finanziaria dell'Asia, il ponte fra Oriente e Occidente. Dall'altra c'è Shenzhen, che ancora trent'anni fa era un villaggio di pescatori, invisibile sulle carte geografiche. Shenzhen è un'invenzione di Deng Xiaoping, il successore di Mao che rinnegò il maoismo. Alla fine degli anni Settanta il vecchio Deng lanciò l'esperimento delle «zone economiche speciali», porti franchi dove l'iniziativa privata veniva incoraggiata, la liberalizzazione eliminava lacci e lacciuoli del dirigismo comunista, gli investimenti occidentali erano benvenuti. Oggi Shenzhen è la boomtown per eccellenza, una Chicago anni Trenta proiettata nell'economia globale, un agglomerato mostruoso di grattacieli e fabbriche, dove lo sfruttamento operaio nelle fabbriche-lager convive gomito a gomito con poli di alta tecnologia e ricerca scientifica che ne fanno la Silicon Valley cinese. (...)