«La città in sé stessa non è granché, ma che posizione, che giardini, che cintura di aranci e di cactus, e che luce ovunque! È una vertigine!». Il giudizio su Palermo risale agli anni Trenta ed è della contessa Hortense Serristori, dama di palazzo della Regina Elena, amica di Bernard Berenson e autrice di un diario, recentemente ripubblicato (Baldini Castoldi Dalai) nel quale i giudizi acuti non mancano. Per questo merita di essere ricordato quello su Palermo. La città non è granché, ma la cornice e soprattutto la luce sono stupefacenti. Nella luce di Palermo si intitolava un lontano libretto di Ubaldo Mirabelli, altro grande intellettuale dimenticato, edito privatamente negli anni Ottanta. Ed effettivamente sulla luce della nostra città credo possiamo essere tutti d'accordo, tanto da ipotizzare che il famoso ultimo grido goethiano qui avrebbe trovato pronta rispondenza. Ma il giudizio della contessa Serristori serve anche per incapsulare una piccola perla in un tessuto che si va costruendo, sia pure lentamente e faticosamente in questi mesi e su queste stesse colonne. Ed è il tessuto di un dibattito a più voci sulla nostra città, sulla sua vera natura e soprattutto sul suo presente e sul suo avvenire, un dibattito che nei mesi scorsi io stesso ho alimentato, partendo se si vuole da uno slogan, Palermo città sconosciuta e a identità debole. Cominciamo dalla prima. Palermo è sconosciuta oggi soprattutto sotto il profilo economico e sociale.
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Conoscere per deliberare, diceva Einaudi; ma qui non solo non deliberiamo, ma neppure conosciamo. Ecco dunque la città sconosciuta, probabilmente la meno conosciuta fra le sue maggiori consorelle del Paese, perché la più isolata, la più lontana, la meno leggibile. Per la quale andrebbero fatti sforzi straordinari in primo luogo dall'Università, come dalle banche, dalle fondazioni, provando per una volta a mettersi assieme per fornire un'immagine la più coerente e plausibile della nostra Palermo. La quale poi a nostro avviso ha anche una identità debole. La città non è granché, diceva negli anni Trenta la contessa Serristori. Figuratevi se l'avesse visitata nel Duemila. (...)
Ma in fondo di che si tratta? Si tratta fra l'altro di salvare l'allestimento che nel 1954 l'architetto veneziano Carlo Scarpa sistemò nell'ala quattrocentesca di Palazzo Abatellis. Un episodio significativo proprio nella chiave richiamata: quando la Sicilia non si chiude in sé stessa e chiama le forze vive della nazione, come allora fece il professore Roberto Calandra, Palermo si inserisce di diritto nel concerto nazionale, non si isola, ospita un allestimento rimasto nelle antologie e nei libri di testo delle facoltà di Architettura. Ecco il modo giusto per il futuro di Palermo: non chiudersi, colloquiare con le altre maggiori città del Paese, entrare in circuiti comuni. Questo può essere il futuro possibile e plausibile della città.