Oscar Niemeyer, la sua architettura ha sempre cercato una relazione con la natura, non un' integrazione ingenua e ottimistica ma piuttosto dialettica e complessa. I suoi progetti sono una ricerca della naturalezza intesa come concetto? «L' architettura deve adattarsi alla natura senza modificarla. Nel progetto della casa di Canoas, per esempio, ho lavorato rispettando i dislivelli del terreno». Il suo rapporto con Burle Marx costituisce un esempio di sodalizio quasi «rinascimentale» tra due architetti, uno della costruzione e uno dei giardini. Che relazione ha avuto con lui? «Burle Marx è stato un grande paesaggista. Prendendo lo spunto dai giardini giapponesi ha fatto sua l' idea che la natura deve prevalere, come se la mano dell' uomo vi fosse appena intervenuta. Dei giardini portoghesi, realizzati in Brasile, ha mantenuto il concetto di creare livelli differenti ricreando così gli spazi più intimi che li caratterizzavano. Pampulha è stato il mio primo progetto e, probabilmente anche il primo giardino disegnato dal Burle. Era senza alcun dubbio un paesaggista esperto, che rispettava e amava la natura e sapeva così bene coltivarla e difenderla». Ritengo che con Brasilia lei abbia costruito un nuovo tipo di natura in cui artificio e organico coesistono. E' d' accordo? «Un giorno Lùcio Costa disse che il paesaggio di Brasilia era la mia architettura. Ed aveva ragione: era una regione triste, vuota e senza rilievi che, in contrasto, richiedeva un' architettura più agile, più disinvolta che esige l' uso del cemento armato che io preferisco». L' architettura moderna non è sempre occupazione di spazio o progettualità contro il caos della natura. Può avere anzi una funzione ecologica. «Ho già parlato del rapporto tra l' architettura e la natura. Di come l' ho concepito osservando la natura piana, l' orizzonte infinito di Brasilia. Adesso preferisco trattare dello spazio nell' architettura; non solo dello spazio che la racchiude, ma di quello che l' architetto crea nell' elaborare un progetto. E' un compito così importante che nel disegnare due edifici il progettista deve per prima cosa definire lo spazio esistente tra di essi. L' architetto deve affrontare il problema dello spazio durante tutto lo sviluppo dei suoi progetti. Comincia con la distribuzione dei suoi edifici sul terreno, cercando di creare un buon rapporto tra volumi pieni e spazi vuoti. Poi questo problema si ripropone esternamente e internamente in ciascuno dei suoi progetti. Nel disegnare, ad esempio, un colonnato, l' architetto dovrà creare e proporzionare lo spazio fra le colonne, altrettanto importante delle colonne stesse. E, se per caso ha letto Rilke, lei ricorderà con piacere questa frase: "Come gli alberi sono magnifici, però ancor più magnifico è lo spazio sublime e commovente che esiste tra loro". Se tuttavia considera l' invenzione architettonica come sua parola d' ordine, il problema dello spazio si moltiplica. (...)