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Il sublime ai tempi del mercato

 

Le radici storiche di un'ideologia fra arte, architettura e industria

Testata:
la Repubblica
 
Data:
20-12-2007
 
Autore:
Vittorio Gregotti
 
 
La fine del 2007 vede la traduzione in Italia di ben due libri di Frederic Jameson, considerato il più importante critico e teorico della letteratura e tra i più originali interpreti americani del pensiero marxiano. Il primo, pubblicato dall'editore Feltrinelli con il titolo Il desiderio chiamato utopia (prima parte dell' "archeologia del futuro", pagg. 300, euro 30), è stato scritto nel 2005 ed è incentrato sulla relazione utopia e politica e sulla difficoltà di immaginare alternative storiche al di là del capitalismo (anche i fondamentalismi religiosi che si contrappongono agli imperialismi occidentali non hanno mai assunto posizioni anticapitalistiche), ed è caratterizzato da un ampio uso del rovesciamento dialettico.
Il secondo volume riguarda la traduzione completa del celebre Postmodernismo ovvero la logica culturale del tardo capitalismo (di cui era stato tradotto nel 1989 il solo primo capitolo corrispondente al saggio pubblicato sulla New Left Review del 1984) e che l'editore Fazi pubblica completo nelle sue 450 pagine (euro 39,50), con una bellissima postfazione di Daniele Giglioli che ne valuta criticamente gli elementi di attualità, domandandosi alla fine se di fronte ad uno scenario che egli ritiene radicalmente mutato siano ancora attuali le categorie del postmoderno. Per seguire Jameson bisognerebbe dire quelle del postmodernismo: a mio avviso certamente sì.
Naturalmente chi scrive ha da sempre considerato come molti della mia generazione la categoria del postmoderno una funesta, anche se storicamente propria, descrizione della condizione di progressiva disgregazione degli impegni critici della cultura di fronte allo stato delle cose. Non importa «il cambiamento di tono» del gusto; Damien Hirst è un «artista» (se così lo si può definire) tipico dell'ideologia postmodernista per le sue prospettive ma anche per come è stato costruito e propagandato dal mercato dell'arte.
(...)
Non vi è dubbio che il saggio di Jameson debba essere considerato per un giudizio sulla cultura postmodernista (almeno per quanto riguarda l'architettura ed è di questo aspetto fra i molti che intendo occuparmi) altrettanto fondativo di come lo sono stati per la pittura contemporanea i libri di Harold Rosemberg pubblicati venti anni prima, con la messa in evidenza della crisi tecnica e finalistica delle arti visive e l'emersione dell'evento rispetto all'opera, ciò che presiede ormai da quasi mezzo secolo le arti visive ed il loro dissolvimento nella cultura mediatica del mercato.
(...)
L'ideologia postmodernista non è quindi solo falsa coscienza che traveste la realtà dei rapporti sociali estetizzandoli ma diventa una pratica che fa parte della realtà stessa dell'esperienza trasferita sul piano dell'immagine: rappresentazione del rapporto immaginario degli individui con le proprie condizioni (Althusser).
«Le aspirazioni individuali - scrive Jameson citando Niklas Luhmann - hanno senso in quanto compatibili con le decisioni del sistema». Così la soggettività è costretta a rappresentare sé stessa in modo esibizionista, cogliendosi solo in situazione, contrabbandata per flessibile creatività. Il populismo estetico resta, anche da questo punto di vista, uno degli aspetti storicamente strutturali del postmodernismo, dell'idea della coincidenza di arte e comunicazione e della sostituzione dalla nozione di classi sociali con quelle di ceto e gruppi.
Resta comunque impressionante come le nuove condizioni strutturali, descritte da Jameson venti anni or sono, siano rimaste le medesime ampliate e consolidate. Sono esse che presiedono non sono la produzione delle architetture (ed in generale delle arti) ma soprattutto i modi con cui tali produzioni sono selezionate e comunicate.
(...)

 
 
 

 

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