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  Il Piano Nazionale per la Rigenerazione Urbana Sostenibile , Giorgio De Chirico: il potere di fermare il tempo  

Giorgio De Chirico: il potere di fermare il tempo

 

Un'esposizione a Valencia indaga i rapporti tra l'architettura e il lavoro del pittore 'metafisico'

Testata:
la Repubblica
 
Data:
24-12-2007
 
Autore:
Barbara Briganti
 
 
Si può immaginare la pittura di Giorgio De Chirico come un lungo ed estenuante confronto con il tempo. Quell' esperienza che facciamo a livello sia interiore che storico, per De Chirico divenne un modo per immobilizzare, in una serie di forme solo in apparenza classiche, il mondo delle cose e degli uomini. La parola "metafisica" - che De Chirico prese in prestito dal pensiero filosofico, e che trasformò arbitrariamente in un' esperienza concettuale molto personale - era la chiave di volta di questa lunga, appassionante, ma anche equivoca, avventura pittorica. Di essa ci offre testimonianza la bella mostra, intitolata Il secolo di De Chirico, apertasi in questi giorni all' IVAM di Valencia, che durerà fino al 17 febbraio ed è curata da Vincenzo Trione, coadiuvato da un gruppo di giovani storici. De Chirico è il Novecento, non solo per l' ovvio motivo che in quel secolo operò e visse, ma anche e soprattutto perché di quel secolo seppe fissare il senso di raggelata e astratta potenza, l' ambiziosa e contraddittoria capacità di mescolare i linguaggi, i saperi, le passioni. Ecco perché il sottotitolo di questa mostra, Metafisica e architettura, può meglio spiegare la novità che De Chirico ha finito col rappresentare anche nei confronti di altre forme di espressione artistica. Da questo punto di vista questa mostra indaga in che misura l' architettura abbia pesato nell' opera del pittore e quanto invece il pittore abbia influenzato l' architettura del Ventesimo secolo. Racconta lo stesso De Chirico che nel 1910 - provato sia fisicamente che psicologicamente da una lunga e dolorosa malattia - trovandosi in una piazza fiorentina, subì per la prima volta un senso di estraniamento e indeterminazione davanti alla realtà. A questa percezione irreale diede il nome di metafisica. Quella piazza non era dotata di nessuna forma architettonica particolare. Presentava una sequela, quasi infantile, di volumi: file di case, una chiesa, un monumento al centro. Un' ulteriore semplificazione - ancora più consona alla sua ricerca - De Chirico la trovò poco più tardi, in certe forme urbane torinesi di cui riprese le piazze regolari, circondate da portici dal ritmo monotono e ipnotico, le torri e le ciminiere vertiginose e incombenti. Forme semplici che si prestano ad un gioco di luci e ombre, di fughe prospettiche deformate, atte a raffigurare quello che il pittore aveva voluto chiamare "enigma". De Chirico era convinto, come scrisse anni dopo, di aver trovato nelle piazze d' Italia e nelle forme architettoniche che le definivano, le fondamenta di una nuova estetica. Le silenziose scenografie abitate da ombre inquietanti, i pochi passanti si trasformano in statue e manichini, mostrano quindi solo in parte la forte capacità di rileggere il passato, secondo la lezione di Bocklin. Ha perciò ragione Vincenzo Trione quando scrive nella sua bella e stimolante introduzione al catalogo, edito per ora solo in spagnolo da Skira, che De Chirico rimane sempre novecentesco. Anche quando guarda al dorico o a Mantegna, egli gioca sulla scacchiera dei contemporanei. (...) La mostra valenciana non offre certezze e definizioni scolpite nel marmo, come quelle che decorano gli edifici dell' architettura metafisica dell' EUR. Essa è ricca di suggerimenti, di ipotesi, di indicazioni talvolta sorprendenti, sempre stimolanti.

 
 
 

 

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