Da alcuni anni l'attenzione del legislatore sulle professioni si è concentrata pressoché esclusivamente sull'eliminazione dei "minimi tariffari": una ossessione, che ha portato alcuni a ritenere che il perseguimento di tale obiettivo sia di per sé garanzia di apertura dei mercati e che da ciò i cittadini ne traggano un autentico e immediato vantaggio. Nessuno (tranne gli Ordini) ha posto la questione che invece è alla base della definizione del prezzo di qualsiasi merce o servizio: del prezzo minimo di che "cosa" si sta parlando? I clienti non sanno cosa sia un "progetto", come possa essere articolato, a cosa serva, in che consista una Direzione, un capitolato, etc: non conoscono le prestazioni che possono legittimamente pretendere da un architetto e cosa in effetti paghino; in definitiva, di cosa il prezzo sia il corrispettivo. Forse non lo sanno neppure i professionisti, o meglio non ne hanno consapevolezza collettiva e condivisa. Sul glossario di termini, che pure normalmente usiamo, non vi è una codificata condivisione, una coscienza comune, progressivamente erosa con la crescente approssimazione della formazione universitaria e la concorrenza tra un numero di progettisti che non ha eguali in Europa. Manca per altro, nel settore privato, una apprezzabile normativa di riferimento.
Ecco dunque i protocolli prestazionali: un tentativo sistematico di arrivare a una codificazione deontologica degli standard minimi che si possono pretendere per le prestazioni professionali più comuni; la ricerca di un glossario condiviso delle "cose" e delle regole del mestiere nella definizione dei contratti professionali e delle fasi che precedono l'espletamento di un incarico e la sua verifica.