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Periferie senza centro

 

Il reportage: la Bologna che soffoca

Testata:
Corriere di Bologna
 
Data:
15-03-2007
 
Autore:
Arturo Carlo Quintavalle
 
 
Guardiamola, Bologna: le porte, le tracce delle mura che incontriamo percorrendo i viali di circonvallazione; guardiamola e pensiamo a come è stata progettata la cinta trecentesca della città perfetta, Jerusalem celeste con le sue porte, dentro le strade a raggiera, la calibrata dimensione dei suoi edifici, l'emergere delle chiese e, un tempo, lo svettare, accanto ai campanili, delle torri dei secoli XI, XII e anche XIII.
Guardiamola, Bologna e proviamo a capire come è stata ripensata, quella città. La città è una macchina per pensare l'esistenza, certo, ma quale esistenza? Una città è un sistema di funzioni, certo, ma quali funzioni? Una città è il luogo del vivere civile, sicuro, ma questo vivere civile, questa vita anche di relazione, è di tutti e quindi è sempre e ovunque possibile dentro la città?
Credo che per capire Bologna si debbano distinguere due tempi, quello prima e quello dopo gli anni '70, e ancora si debba pensare a distinguere le vicende del dentro e del fuori delle mura, salvo poche zone come quella dei colli. (...)
La macchina della città, a questo punto, non propone più una forma, ma semplicemente un sistema di espansione disorganica senza spazi verdi, senza centri per il loisir, per gli incontri, per gli scambi.
Bologna ha un centro storico, certo, ma non hanno storia purtroppo le sue periferie: ancora oggi, infatti, i loro abitanti vivono se vanno «in centro», quello vero, pensato nell'età che dal Medioevo arriva al '700 e al primo '800, il tempo in cui Bologna è stata una città a misura di abitanti. Pochi anni fa, di fronte alla crisi della immagine stessa e delle funzioni della città, esplosa negli anni '80 e '90 e culminata con il cambio della maggioranza, un gruppo di urbanisti, Alessandro Del Piano, Marco Guerzoni, Giancarlo Mattioli fonda la Compagnia dei Celestini nel nome di un recupero di modelli diversi, e di uno spazio diverso dentro e fuori la cinta urbana.
Il nodo quindi oggi sta proprio qui, capire che cosa è accaduto non alle architetture, ma alla gente: capire dove vivono e come vivono le classi meno abbienti, capire se esse hanno dei punti di riferimento ma capire anche dove e come vivono gli altri, quale esistenza viene loro proposta al di là della qualità estetica dei condomini che per loro sono edificati. (...)



 
 
 
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