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La città chiamata desiderio

Testata:
L'espresso
 
Data:
16-03-2007
 
Autore:
L'architettura dialoga con la politica. Per ideare luoghi più a misura d'uomo
 
 
Più o meno un voto di scambio. Così ha funzionato per tanto tempo il rapporto tra architettura e politica. Con amministratori, specie in Italia, che hanno usato gli architetti per dare qualche limatina al look preelettorale e gli architetti che in attesa di tempi migliori si prestavano ad esaudire i desiderata dei moderni principi. Ma oggi che le città sono espressioni di una "politica di vita egocentrica", dove "gli spazi pubblici sono luoghi vulnerabili", come afferma Zygmunt Bauman, in cui l'angoscia individuale lievita nella moltitudine delle no man's land che costellano il pianeta (Mumbay, Città del Messico, San Paolo già oggi sulla soglia dei 20 milioni di abitanti), politica e architettura devono cominciare a parlarsi. E per trovare esempi concreti bisogna andare all'estero. Nel master plan che entro quest'anno darà un volto nuovo a Valencia, firmato dall'architetto Vicente Guallart, le 2.500 abitazioni previste nel comparto ipertecnologico chiamato 'La torre' si inseriscono in un ambiente agricolo "che vuole essere la continuazione aggiornata dell'orto mediterraneo, dove alle quattro fattorie storiche preservate se ne aggiungono delle nuove in cui lavoreranno parte dei residenti", spiega Guallart: "Si tratta di un intervento integrale sul territorio perché se l'architettura è il land-scape, gli edifici sono le montagne". Ma c'è dell'altro. Sociopolis prevede al suo interno le 'Sharing Towers', pensate per quei cittadini meno abbienti come i giovani e gli anziani, cui un governo ha il dovere di assicurare standard di vita dignitosi, e strutturate in modo tale da contemplare spazi privati e luoghi comuni all'interno delle stesse abitazioni. "Dove sperimentare una vita sociale vera, oltre che negli asili, i centri sportivi e d'arte, il polo tecnologico e gli studi per gli artisti previsti", aggiunge Guallart.
(...)
"È il rispetto dell'ecosistema a radicare un'architettura innovativa, capace di cambiare il volto delle città intervenendo in una scala di relazioni: luoghi e persone, perché la sostenibilità è indirizzata prima di tutto a queste", afferma Dreiseitl.
Proprio qui, forse, sta la chiave di volta. Perché il cortocircuito che si è generato tra architettura e politica non attraversa solo le megalopoli, ma realtà molto più locali, fatte di persone e di luoghi, come ha dimostrato la recente cronaca italiana: i territori coinvolti nel progetto per la Tav in Piemonte o una piccola città come Vicenza, la cui rivolta trasversale contro il piano di ampliamento della base Nato ha rischiato di buttare giù il governo. Ma dove, paradossalmente, si è ricostruita quell'agorà, quella polis che oggi ci si affanna a rincorrere.
È quanto cerca di fare anche il convegno internazionale, 'Architettura e politica', che il Politecnico di Milano ospita i prossimi 22 e 23 marzo chiamando a raccolta, oltre agli architetti, filosofi, sociologi, economisti. Iniziativa lodevole, per il tentativo di "formulare uno spazio comune di comportamento etico, con un approccio che non può essere solo razionale, perché se il Novecento ha cercato di capire i bisogni dell'uomo, oggi occorre assumerne i desideri", prova a spiegare Antonio Piva, architetto milanese promotore del convegno. (...)

 
 
 

 

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