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Dove c'era la fabbrica ora c'è una città

 
Testata:
La Stampa
 
Data:
27-03-2007
 
Autore:
Giuseppe Berta
 
 
Le fabbriche hanno rappresentato l'ambiente di lavoro per eccellenza lungo tutto il Novecento. Oltre che i luoghi concreti della produzione, hanno incarnato i progetti dello sviluppo industriale. Il Lingotto e Mirafiori per la Fiat, la Bicocca per la Pirelli, il Portello e Arese per l'Alfa Romeo, lo stabilimento di Pozzuoli per la Olivetti non hanno costituito soltanto spazi esemplari e simbolici dell'organizzazione del lavoro, ma autentiche vocazioni strategiche dell'industria italiana. Quando si voleva dare avvio a una stagione di progettualità produttiva si varava la realizzazione di una nuova grande fabbrica, destinata ad attribuire forma visibile a una strategia di crescita economica. Che significato hanno le fabbriche nell'Italia di quest'inizio del XXI secolo? E, soprattutto, sono ancora la miglior rappresentazione dello spazio organizzato in funzione del lavoro? Sono le domande che suscita la lettura di un libro di Antonio Galdo, Fabbriche (Einaudi, pp. 153, e14,50), che mescola insieme passato e presente, le fabbriche che hanno cessato di essere tali e quelle, magari costruite di recente, che perpetuano questa forma classica di gestione del lavoro e della produzione. Galdo parla così dei grandi complessi che vennero eretti all'inizio del secolo scorso, come la Bicocca a Milano e il Lingotto a Torino, due impianti che già dalle dimensioni rivelavano le ambizioni di coloro che le vollero costruire. Oggi, tuttavia, la Bicocca e il Lingotto, strappati alla loro missione originaria, sono ancora luoghi simbolo, ma di un lavoro che non è più apparentato alle mansioni operaie di un tempo. Sono universi che esprimono la dinamica della terziarizzazione che ha cambiato la struttura delle nostre grandi città. A loro modo, sono ancora simboli, ma di segno del tutto mutato rispetto al passato: parlano di una società che si è riorganizzata attorno ad attività ad alto contenuto relazionale, dove predominano le componenti immateriali. Segnalano spazi dedicati al consumo e al leisure, che convivono accanto a nuovi poli della formazione universitaria: a Milano la Bicocca ospita oggi una grande università, mentre nella struttura del Lingotto è stata incastonata la facoltà di Ingegneria dell'autoveicolo. La loro ampiezza consegna alle fabbriche storiche una versatilità d'uso che ne consente il reimpiego in una diversa tessitura del sistema urbano, non più all'insegna della manifattura. (...)
Dunque non ha torto chi sostiene che per il nuovo lavoro, soprattutto quello la cui professionalità è legata alla conoscenza o all'esercizio di un grado variabile di creatività, la struttura d'impresa finisce per contare meno della città, dell'area metropolitana in cui i lavoratori vivono e operano. Oggi è la città in quanto tale ad agire da motore dello sviluppo economico. È nel crogiolo metropolitano che le opportunità di lavoro si generalizzano e si diffondono con un'efficacia ineguagliabile da parte di qualsiasi organizzazione d'impresa. Si comprende allora perché molti dei nuovi lavoratori urbani possano transitare da una condizione all'altra, dal lavoro dipendente a quello autonomo e atipico e viceversa, mossi dall'intento non solo di incalzare il mercato, ma di anticiparlo, inducendovi sollecitazioni e bisogni inediti. Rimosse le barriere fra industria e terziario, fra le attività produttive e quelle che animano la crescente economia del tempo libero, lo spazio del lavoro tende così a coincidere con quello della città.

 
 
 

 

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