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La mia casa di vetro piena zeppa di fantasmi

 
Testata:
la Repubblica
 
Data:
27-03-2007
 
Autore:
Francesco Erbani
 
 
Los Angeles, una giornata luminosa. La casa è circondata da un giardino con alte piante grasse. Dice Frank Gehry: «Quando la comprammo capii che avrei dovuto fare qualcosa prima di traslocarci. E mi affezionai subito all'idea di lasciarla intatta, di non manometterla. Era intorno alla vecchia costruzione che avrei realizzato il nuovo edificio». Ora intorno a quella casa c'è un grande involucro di vetro, lo spazio è quasi raddoppiato. «Ci dissero che c'erano i fantasmi. Di notte i vetri, non essendo ortogonali, danno vita a un gioco di specchi. Così, stando seduti qui, si vedono passare le macchine. Si vede la luna nel posto sbagliato. Magari è là, ma si riflette qui. E non capisci più dove sei».
Nasce così la casa di un architetto. Un architetto cubista, che «sa vivere l'istante». «Io vorrei saperlo fare», spiega Dennis Hopper, l'attore di Easy Rider, ora anche pittore, «lui lo fa creativamente. Coglie al volo un'idea, capisce quello che vogliono e pensano i suoi interlocutori e in un attimo inizia a creare». Frank Gehry, l'inventore del Guggenheim di Bilbao, si racconta in un film di Sydney Pollack (Frank Gehry creatore di sogni) che uscirà nelle sale venerdì, ma che stasera viene presentato alla Casa dell'Architettura di Roma, a cura della Bim distribuzione. Pollack è il regista di La vita corre sul filo e di Tootsie, e quando Gehry gli disse: «Vorrei che fossi tu a dirigere questo lavoro», gli rispose che non aveva mai fatto un documentario e che non sapeva nulla di architettura. «Per questo sei perfetto», replicò l'architetto.
(...)
Wexler, lo psicanalista, racconta di quando si presentò da lui. Si sentiva alla bancarotta e incapace di far accettare ai clienti le cose che faceva. Lo misero in un gruppo di quindici pazienti, ma per due anni non disse una parola, finché qualcuno non sbottò: «Basta con quest'aria sprezzante». Fu come togliere il tappo, confessa ora Gehry.
Nel film sfilano i progetti, il palazzo del ghiaccio e la Concert Hall della Disney, le tante case californiane, fino al Guggenheim di Bilbao. Domanda Pollack: «Quella sensualità da dove ti viene?». «Semplice evoluzione. Cercavo il modo di esprimere emozioni in oggetti tridimensionali. La cattedrale di Chartres, quando entri, ti obbliga a inginocchiarti». (...)
«Mio Dio cosa ho fatto!», esclamò Gehry quando vide il Guggenheim appena realizzato. Ma l'insicurezza è un gioco delle parti. «Non fatevi ingannare da quell'aria da tenente Colombo», avverte Thomas Krens, «impermeabile spiegazzato, andatura strascicata, basso profilo... Frank ha l'ego più smisurato della categoria. Lo so perché ne è consapevole anche lui».
Inquadrando bene la telecamera, Gehry pronuncia il suo dettato: «L'espressione architettonica è soggetta a regole e dovrebbe muoversi entro certi binari. Al diavolo! Non ha senso!». Qualcun altro, un giornalista del New York Times, prova a rendere più brutale questo concetto di libertà, con il vilipendio dell'architetto che non si fa notare, che si mescola. E compiendo l'apologia di quello che invece si fa notare, non si mescola, sostenendo che è a questo che serve l'architettura, che è così che dovrebbero evolversi le città. È l'elogio dell'archistar, di quelli che Leonardo Benevolo ha definito "i protagonisti impazienti", scultori, più che architetti, obbligati a riprodurre un certo manierismo individuale e debordanti verso la produzione virtuale.
 
 
 
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