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«La mia sfida estetica, una città di schiavi»

 

La provocazione da brivido di Joep van Lieshout

Testata:
Corriere della Sera
 
Data:
02-04-2007
 
Autore:
Francesca Bonazzoli
 
 
Joep van Lieshout è un visionario. Come Leon Battista Alberti, Bosch o Piranesi progetta sistemi sociali dove vivere una felicità alternativa. Per questo occupa una posizione eccentrica nella produzione artistica contemporanea spesso trasformata in prodotto borghese di massa privato della sua forza immaginifica.
L'artista olandese ha costruito unità abitative, mobili e servizi collettivi che hanno l'ambizione di creare un mondo libero, ecologico, felice, funzionale, anarchico e personalizzato: la presunzione di migliorare la realtà con l'arte, erede dell'idea romantica, che da Goethe arriva a Beuys passando per l'acquarellista mancato Hitler, per cui l'artista è il demiurgo di un mondo perfetto. Ma va detto che questa collocazione non fa del tutto giustizia alle idee di van Lieshout. La sua utopia non è salvifica, non riguarda l'intero mondo.
Anzi, in qualche modo se ne isola riconoscendo la priorità all'individuo e in particolare all'artista narciso. La realizzazione più eclatante dell'Atelier van Lieshout, così si chiama lo studio dell'artista che ha sede a Rotterdam, è stato nel 2001 l'Avl Ville, una città edificata nel porto della città olandese che via via ha preso le caratteristiche di uno stato autonomo, cominciando a aprire un ristorante, una fattoria, una distilleria, e poi a battere moneta, scrivere la propria costituzione, tenere armi.
(...)
Ora il nuovo progetto di van Lieshout è la Slave City, una sinistra città di 50 kmq basata sul lavoro di migliaia di schiavi che garantisce all'élite dirigente un reddito di otto milioni di dollari annui. Tutto è perfettamente calcolato: capitale di investimento, costi di realizzazione, profitti, reclutamento schiavi, persino il prelievo degli organi degli lavoratori scartati. Una città immaginaria, ma realizzabile. Un progetto così lucido da dare i brividi.
 
 
 

 

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