Perché a Roma i mega-appalti e le grandi concessioni per la costruzione dei nuovi quartieri sono conquistati da pochi giganti del mattone? E come hanno trasformato il lavoro di quelli che una volta furono chiamati «palazzinari» i progetti firmati da star dell'architettura internazionale? Ancora: in che modo Roma è diventata in pochi anni una delle Capitali internazionali dell'architettura? E c'è la possibilità di utilizzare in modo compiuto i grandi parchi liberati dal cemento dal nuovo piano regolatore? Infine: qual è il diverso ruolo che devono giocare le piccole e medie imprese di costruzione?
Dopo l'inchiesta di Repubblica sulla nuova urbanistica romana, abbiamo riunito in un Forum molti suoi protagonisti. Dall'assessore all'Urbanistica Roberto Morassut all'archistar Massimiliano Fuksas, che ha firmato la Nuvola, il centro congressi dell'Eur, dall'architetto Jean Marc Schivo, autore del progetto di grattacielo ecologico che sorgerà sulla Roma-Fiumicino, ai costruttori Sandro Parnasi ed Angelo Provera e al presidente di Legambiente Lazio Lorenzo Parlati. Morassut: «La grande architettura ha portato una trasformazione e modernizzazione necessaria dopo decenni di interventi banali sulla città seguiti a quelli delle Olimpiadi del 1960. Roma si è europeizzata e adesso abbiamo dato il via alla gara per il Centro Congressi, ai lavori per la Città dei giovani ad Ostiense e per la Città dello Sport a Tor Vergata, ed è ripartito il cantiere del Macro di Odile Deck. (...) Fuksas: «Roma è diventata un luogo ricercato. Non c'è architetto al mondo che adesso non amerebbe realizzare un suo progetto a Roma. Certo, i tempi sono ancora lunghi: costruire alla Fiera di Milano in ventisei mesi un milione di metri quadrati è stato un successo. In Francia invece i tempi medi di realizzazione sono di quattro anni. A Madrid la ristrutturazione del Prado ha preso ben 15 anni. Ma a Roma in particolare c'è l'arretratezza dei costruttori che sono partiti dal mondo dei palazzinari che facevano profitti e scempi con le case in periferia e che non hanno una struttura tecnica adeguata, non hanno project manager». Parnasi: «La verità è che negli anni Sessanta e Settanta servivano case e noi le abbiamo fatte, ora è diverso. Adesso c'è più attenzione a dare prodotti di qualità. In verità sono stati spesso gli architetti di fama che hanno fatto poco i conti con il mercato, con le tipologie degli appartamenti. La classe degli architetti, degli intellettuali, questi problemi non se li è mai posti». (...) Provera: «Tutti siamo favorevoli alla bella architettura. Ma spesso bisogna dire che in Italia gli architetti poi non hanno alle spalle studi di ingegneria a livello di quelli americani per stendere i progetti esecutivi. E, passando ai concorsi, per i grandi lavori, il concetto dell'offerta più vantaggiosa rispetto a quella al massimo ribasso introduce criteri di discrezionalità che spesso penalizzano le piccole e medie imprese. (...) Schivo: «Io ho progettato la Green Tower che sorgerà alla Muratella e, per rispondere a Fuksas, devo dire che, a parte lo studio delle forme, adesso la vera sfida è quella ambientale, cioè la capacità di progettare edifici con una struttura bio-climatica che risparmi energia e riduca l'inquinamento, questa è la nuova sfida». (...) Parlati: Sicuramente i progetti dei grandi architetti sono importanti, ma bisogna cogliere anche le opportunità di modificare intorno il territorio. I nuovi segni urbani da soli non sono sufficienti. (...)