«I profumi verdi» di Baudelaire e «l'urlo nero» di Quasimodo, «il pigolio di stelle» di Ungaretti e «il chiacchiericcio liquido» di Montale, senza dimenticare «la falce cieca» di Verlaine. Tra le figure retoriche che maggiormente si ricordano, anche quando gli anni del liceo sono passati da tempo, c'è sicuramente la sinestesia: l'accostamento di percezioni che appartengono a sfere sensoriali diverse. Quello che forse a scuola non ci hanno detto, è che la sinestesia non solo è materia cara ai simbolisti francesi e agli ermetici italiani, ma anche a neuroscienziati e psicologi della percezione. Perché in alcune persone, o meglio nel loro cervello, i cinque sensi non restano separati ma si confondono continuamente creando intrecci di sensazioni davvero bizzarri, chiamati appunto sinestesie o fenomeni di sinestesi.
Che poi tra questi soggetti - uno su duemila - siano annoverati anche Rimbaud, che, come ci fa sapere nella poesia Vocali, vedeva alcune lettere colorate («A nera, E bianca, I rossa, U verde, O azzurra»), oppure Baudelaire che in Corrispondenze dichiara apertis verbis che «i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi», questo è solo frutto della maggiore incidenza probabilistica che favorisce i creativi.
Gli esperti dell'Università californiana di San Diego, in base a calcoli fatti in quattro anni di ricerche, hanno appunto stimato, che otto sinesteti su dieci sono artisti. Fino al 2000, le ricerche sulla sinestesia erano piuttosto limitate, oggi invece gli istituti scientifici che se ne occupano sono sparsi in tutto il mondo, ognuno con una propria specializzazione. (...)