Eladio Dieste avrebbe potuto essere un personaggio dei racconti fantastici di Gabriel Garcia Marquez, un abitante di Macondo.
Ingegnere e architetto, aveva passato la vita sognando volte straordinarie, sottili come gusci, che sembrano sospese nell'aria. Ali di gabbiano che si accavallano e lasciano filtrare squarci di luce nella penombra, pareti sinuose come onde che s'inseguono a formare involucri di chiese, mercati, stazioni. Costruiva le sue superfici arditissime in mattoni: una sorta di high tech dei poveri, ai confini del mondo, nell'Uruguay lontano e solitario dove anche il calcestruzzo era un lusso e le vere risorse del costruttore erano la manodopera a basso costo e la terra per fare i laterizi. (...)
Ai nostri giorni, quando i circuiti dei media ci hanno assuefatto alle bizzarrie del superfluo, a forme architettoniche mai viste generate da quell'irrefrenabile bisogno di stupire che si annida nelle società più ricche e annoiate del globo, le forme inconsuete di Dieste suscitano un'emozione insolita perché nascono da necessità pratiche, da problemi costruttivi risolti con una logica rigorosa eppure tanto libera da schemi da sembrare pura fantasia.
In questi giorni a Dieste è dedicata una bella mostra alla Casa dell'Architettura di Roma. Con la nostra città l'ingegnere uruguayano aveva legami sotterranei, partecipando a quel clima di razionalismo costruttivo nel quale nascevano strutture leggerissime, capaci di resistere grazie alla sola forma, come fogli di carta ai quali opportune piegature conferiscono una sorprendente rigidezza. Era il mondo del «minimo strutturale» che a Roma ha avuto alcuni degli esponenti maggiori, da Riccardo Morandi a Sergio Musmeci. (...)