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L'architettura choc della metropolitana

 
Testata:
la Repubblica
 
Data:
27-04-2007
 
Autore:
Ugo Carughi
 
 
Quanto potrà incidere, la realizzazione delle nuove linee su ferro, ai fini di un complessivo miglioramento della vivibilità urbana? I progetti della metropolitana proiettano su una prospettiva macro territoriale un'idea di dinamismo inedito.
Inedito per chi è abituato a muoversi nel marasma dei vicoli, delle strade e delle piazze storiche, con stazioni di grande effetto scenografico, avulse dai disagi del sovraffollamento metropolitano. Il trasporto pubblico ne trae un indubbio beneficio, destinato ad accrescersi nel tempo. Ma, ci si potrebbe chiedere, dove non c'è più forma di città riconoscibile né dimensione materialmente controllabile e i riferimenti urbani sono annegati nel mare di un territorio interamente "costruito", che senso hanno le sortite improvvise di un'architettura imprevista, che talvolta appare estranea alla città? Forse è il tracciato dei binari il nuovo filo conduttore che le collega in una logica sotterranea e perciò non immediatamente evidente?
Nella metropoli partenopea, come in tante altre, le stazioni della metropolitana potrebbero essere considerate le nuove porte di transito. Non più tra due realtà territoriali contrapposte sotto lo stesso cielo, quando le mura definivano contemporaneamente la forma e la misura delle città antiche e le emergenze architettoniche ne favorivano la riconoscibilità. Allora le porte segnavano il passaggio tra l'interno costruito e un territorio estraneo, che nei dipinti coevi - di Giotto, di Simone Martini, di Masolino da Panicale - appare brullo e roccioso, talvolta ostile. No, oggi per un euro si può rapidamente passare tra due universi non più contrapposti, ma semplicemente sovrapposti, l'uno esposto alla luce del giorno e al buio della notte, al vento, al sole e alla pioggia, al ciclo delle stagioni, agli imprevisti e alle impazienze quotidiane di ogni metropoli; l'altro sotterraneo, indifferente ai confusi ritmi del mondo sovrastante, regolato da puntuali automatismi, illuminato solo da luci artificiali strettamente funzionali ai percorsi, ai tempi di arrivo e di partenza. (...)
La verità è che il confronto tra architettura contemporanea e ambiente consolidato rischia di distogliere dalla vera sfida del rinnovamento in atto, che riguarda la dimensione di partenza: quella territoriale. Gli squilibri tra la città e il suo hinterland comportano, infatti, che da queste porte dorate si possa arrivare rapidamente all'inferno o che schegge di quell'inferno possano essere vomitate in luoghi un tempo esclusivi. L'inedita contiguità tra realtà fino a ieri socialmente ed economicamente del tutto estranee, introdotta da una giusta scelta di democratizzazione del territorio, assegna tempi molto più urgenti al suo riequilibrio sociale ed economico.
 
 
 

 

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