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"Così costruisco con la musica"

 

A colloquio con l'architetto alla vigilia della mostra di Milano

Testata:
la Repubblica
 
Data:
21-05-2007
 
Autore:
Leonetta Bentivoglio
 
 
Musica e architettura. L'arte dell'immateriale, che vive nel tempo, e la più materiale delle arti, che abita lo spazio. Mondi in opposizione che possono svelare un territorio ricco di dialoghi e suggestioni reciproche. E' una storia che l'inventore di spazi Renzo Piano frequenta e conosce da molti anni: «Ho sempre amato la musica, fin da ragazzo, quando volli mettermi a studiare la tromba in Si bemolle», dice. «Però non ero portato, diciamo pure che sono stonatissimo. Sono cresciuto in una città di cantautori come Genova, con amici come Gino Paoli e Fabrizio De André. Fu Gino a dirmi: lascia perdere, che è meglio». Poi giunse l'incontro con Luciano Berio: «Grazie a lui compresi che avrei potuto riconquistare la mia passione per la musica su un terreno nuovo, il mio: che sarei potuto diventare un buon liutaio».
Soprattutto dagli esiti di quell'intesa nasce Memory, Installazione sonora tra architettura, musica e lavoro, fetta integrante e decisiva de Le città visibili, la mostra sull'opera di Piano che s'apre domani alla Triennale di Milano (fino al 16 settembre). Concepita a partire da un'idea di Fabio Fassone e Talia Pecker Berio, vedova del compositore morto nel 2003, e realizzata da Tempo Reale, il centro di ricerca e studi musicali fondato da Berio, Memory compone un «ritratto musicale» di Piano, che per lui ha voluto dire anche «un lavorare a distanza con Luciano. (...)
Cos'ha in comune questo col suo pluriennale lavoro sugli spazi? «Molto. Riflette i caratteri di una cultura sperimentale, che è poi la nostra italiana del dopoguerra, e che in me diventa esplorazione delle tecnologie per costruire. Inseguendo la leggerezza, mi sono divertito a togliere finché potevo, finché le cose non mi cadevano in mano. Quest'ossessione d'indagare strutture spaziali e tecniche di alleggerimento è connessa strettamente con gli anni dell'Ircam, quando Peppino Di Giugno faceva i suoi primi esperimenti coi sintetizzatori, e John Cage arrivava dagli Stati Uniti recando il suo soffio di follia. C'era una specie di voracità insaziabile. La ricerca è come la fame, ci ripeteva Boulez: mangi, ti passa, poi torna a consumarti lo stomaco. Faccio parte di una generazione cresciuta nell'ansia dell'attraversamento di campi diversi e nel rifiuto di frontiere tra discipline. Tutti i rapporti temporali in musica, diceva Berio, possono divenire allegorie dei rapporti strutturali e delle durate lineari in architettura».
Oggi Piano continua a costruire spazi per la musica: «Ne ho fatti sette o otto, tra cui la sala del Lingotto, l'auditorio di Parma e quello di Roma. Ce ne saranno altri. L'atteggiamento legato alla specificità dei materiali, del loro comportamento, delle loro frequenze, mi deriva da anni di lavoro incessante sulla dimensione musicale. I miei spazi per concerti stanno ai materiali con cui sono costruiti come le musiche di Boulez, Berio e Nono stanno alla ricerca sul suono».
 
 
 

 

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