«Oggi celebriamo Richard Rogers, un umanista il quale ci ricorda come l'architettura sia, tra la arti, quella più sociale»: così la giuria del Pritzker Prize (il cosiddetto "Nobel" dell'architettura) ha annunciato la propria scelta per quest'anno. Il progettista britannico riceverà l'ambito premio il prossimo 4 giugno, a Londra.
La domanda non è tanto perché Rogers l'abbia vinto, quanto perché lo riceva soltanto ora. Sembrava infatti destinato a questo: sia per nascita, sia per la sua opera. Si può dire che avesse nel sangue l'architettura: il cugino di suo padre era quell'Ernesto Nathan Rogers che, con lo studio BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressuti, Rogers) è stato tra i principali esponenti del razionalismo italiano dagli anni '30 in poi (la sua opera più nota è la milanese Torre Velasca che, dall'alto dei suoi 100 e passa metri e col suo disegno vagamente medievaleggiante, si confronta con le non lontane guglie del Duomo). E quel cugino senz'altro ha avuto un ruolo nell'introdurre il giovane Richard al mestiere, nei loro incontri a Trieste.
Nato a Firenze nel '33 (padre inglese, madre triestina) Richard trasferì a Londra con lo scoppio del conflitto. Che dovesse prima o poi vincere il Pritzker l'aveva scritto anche nell'evoluzione della carriera: il suo compagno di studi a Yale e suo primo collega di lavoro (e di cavalierato) Norman Foster, lo ricevette nel 1999; mentre il collega col quale costituì il suo secondo studio professionale (dal '71 al '78), Renzo Piano, lo aveva già ricevuto nel 1998.
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Tra gli edifici-simbolo citati nella motivazione della giuria del Pritzker, oltre al Centro Pompidou c'è anche la torre dei Lloyd's a Londra: il suo primo grattacielo, eretto nella prima metà degli anni '80, la cui forma è segnata dalle scale a chiocciola e dagli ascensori esterni. Qui la "macchina" si slancia imperniata verticalmente su tante, enormi viti metalliche: queste lasciano pensare che la torre potrebbe salire ancora più in alto, in un movimento senza fine. E infine è citato il suo recentissimo "terminal 4" dell'aeroporto madrileno di Barajas, dove invece la struttura è ben visibile da dentro, oltre che da fuori: enormi pilastri arborei reggono una copertura lontanissima, mossa da onde lignee traforate che danno un'aria di leggerezza al tutto.
Ma forse più importanti ancora delle sue pur maestose architetture, sono gli studi di carattere urbanistico che Rogers ha condotto soprattutto negli ultimi quindici-vent'anni. (...)