Tre torri in vetro, collegate da vertiginosi ponti a traliccio, svettano sopra il Cremlino e le cupole candite della Cattedrale di San Basilio, sulla Piazza Rossa: sono le torri del Narkomtjazprom (Commissariato Popolare dell'Industria Pesante), così come avrebbe voluto realizzarle nel 1934 Ivan Leonidov (1902-1959), sconvolgendo con un'iniezione di modernità rivoluzionaria lo skyline della capitale russa.
E' l'immagine più spettacolare di una Città Possibile, la mostra (che inaugura stasera alle 18.30, nell'ambito della Festa dell'Architettura, in corso fino a luglio, programma su www.triennale.it) con cui la Triennale celebra i progetti visionari, dal 1926 al 1930, di questo maestro dell'avanguardia Costruttivista. Rimasti tutti sulla carta, perché a parte la scalinata monumentale di un sanatorio a Kislovodsk (1940), l'unica eredità di Leonidov è rappresentata dalle pagine di Sovremmenaja Arkhitektura, rivista dell'Associazione degli Architetti Contemporanei, di cui dal '28 curò anche l'impaginazione (in giugno, Dedalo ne pubblicherà un'antologia a cura di Guido Canella e Maurizio Meriggi, coordinatore della mostra). Colpa della sua brusca defenestrazione dal pantheon sovietico nel '30, a seguito della campagna stampa «anti-leonidovista» dell'Associazione Architetti Proletari, che lo costrinse alle dimissioni dall'insegnamento.
Figura di culto quanto di nicchia, riscoperto dagli architetti Radicali degli anni '70 (Archigram in testa), è considerato un antesignano da superstar contemporanee come Rem Koolhaas e Zaha Hadid. Quasi spontaneo, allora, almeno per i milanesi, il confronto fra la triade di grattacieli del Narkomtjazprom e quella del progetto Citylife - un accostamento forse non del tutto casuale, visto che Fulvio Irace, coordinatore della Festa, sottolinea la necessità di una rinnovata riflessione storico-scientifica sul rapporto tra contesto urbano e architettura moderna, perché «costituisce un antidoto fortissimo, necessario per sviluppare uno sguardo critico sul presente».
(...)