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Periferie liberate, il degrado è altrove

 

L'architetto Giovanni Durbiano: "Via Artom meglio di San Salvario"

Testata:
La Stampa
 
Data:
01-06-2007
 
Autore:
Irene Cabiati
 
 
Nel dibattito sull'evoluzione della forma urbana di Torino interviene Giovanni Durbiano, docente di Progettazione architettonica ad Architettura, titolare di uno studio con il collega Luca Reinero e autore di un libro scritto con Antonio De Rossi, «Torino 1980-2011» (Allemandi)che è stato recentemente presentato per iniziativa di Urban Center.
Si è parlato molto dei nuovi aspetti della città. Cosa è successo alle periferie? Si sono trasformate?
«Non credo esistano più le periferie, in senso tradizionale. Torino - fortunatamente - non ha più un centro, o per lo meno, un solo centro. E' l'esito di un processo iniziato più di 20 anni fa, che ha a che vedere con la fine della città fabbrica. Quando la città cresceva era facile individuare le periferie: come ultimo anello dell'espansione. Dagli Anni Ottanta la città smette di crescere e comincia a trasformarsi nelle sue parti interne, a macchia di leopardo. Torino sta acquisendo una dimensione multicentrica, con zone piene di vita (come il Quadrilatero e la rinnovata piazza Vittorio), e aree dove si vive con difficoltà (come Tossic park), con quartieri dove si dorme solo (come la Crocetta) e quartieri che cambiano identità (San Salvario). Oggi forse le periferie sono i luoghi dove è più necessario un intervento di trasformazione perché si vive con difficoltà».
Periferie sociali, dunque, non geografiche.
«La periferia geografica si identifica con i margini fra costruito e natura. Ma oggi non esiste più perché i margini ormai sono completamente sfrangiati. Ora esistono molti quartieri, per esempio via Artom, che ormai ha superato la sua storia famigerata e così pure Falchera, le Vallette».
(...)
Progetto Periferie ha rivalutato le persone ma dal punto di vista architettonico ed estetico certe brutture sono rimaste.
«Credo vada cambiato il punto di vista. Le cosiddette periferie sono difficili da vivere non perché sono fatte da brutti oggetti architettonici, ma perché non offrono qualità ambientale. Nei condomini di corso Taranto messi in serie come in catena di montaggio non è sbagliato il punto di vista estetico ma proprio la concezione dell'abitare che trasforma l'uomo in un'ape».
L'architetto ha una responsabilità in tutto questo?
«L'architetto è uno degli attori della trasformazione insieme con costruttore, committente, abitanti e altri. Le trasformazioni più interessanti nascono da molti padri e molte madri. Le cose meno interessanti sono prodotti di un solo padre».
(...)
 
 
 

 

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