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Arte più bella se incompiuta

 
Testata:
Corriere della Sera
 
Data:
16-07-2007
 
Autore:
Gillo Dorfles
 
 
Quando, alcuni anni or sono, a pochi passi dai maestosi templi di Paestum fu aperta una provvisoria sede del Mmac - il Museo dei materiali minimi -, la motivazione essenziale di questa iniziativa fu quella di raccogliere ed esporre soprattutto opere d'arte «minori»: frammenti, abbozzi, progetti non definitivi. E il risultato, anche se oggi ancora in divenire in attesa di una sede definitiva, fu di notevole interesse. Un recente volume di Bruno Pedretti ( La forma dell'incompiuto, Utet De Agostini, pagine 100, e 11) parte proprio dall'analisi di questi elementi minori (se non minimi) dell'arte contemporanea molto spesso più sorprendenti e coinvolgenti delle tante opere gigantesche che oggi ingombrano i nostri musei (e soprattutto quelli americani). Questa smania di gigantismo, questo disprezzo per il piccolo formato, è uno dei peccati capitali del mercato artistico attuale. Ma se passiamo in rassegna, non solo il presente ma anche il passato, ci accorgiamo subito di quanto sia, invece, determinante un preventivo abbozzo, un minimo segno che già abbraccia in sé tutta quanta l'opera in fieri. Che sarà spesso meno innovativa dell'abbozzo incompiuto, dovendo sottostare spesso ai limiti imposti dallo spazio, dal materiale o dall'ubicazione.
Ma non è solo la frammentazione a costituire la matrice di molte opere originali: spesso quello che accresce la loro efficacia è la loro incompiutezza. L'incompiuto come il frammentario è un appannaggio di molta arte moderna. Lo sottolinea anche Pedretti quando afferma: «L'incompiuto diventa un genere transartico moderno; nonostante la precarietà espressiva del taccuino, nonostante gli sbagli che ogni abbozzo lascia trapelare, nonostante gli sbagli... che un diario mette a nudo... questi momenti riassumibili sotto il concetto di "quaderno" sono diventati un autentico genere trasversale delle diverse arti - letteratura, pittura, architettura, anche musica e filosofia». L'incompiuto, dunque, non solo come L'Incompiuta di Schubert o la celebratissima Pietà Rondanini, ma anche l'«incompiuto» dei tanti monumenti dell'antichità, ivi comprese le solenni rovine spesso più efficaci di quanto poter esserlo se intatte.
Basterebbe un solo esempio a confermare quanto sopra: la Stoa di Attalo ricostruita dagli americani tale e quale con i suoi marmi abbaglianti da bagno pubblico, certo meno affascinante di quanto non fosse ridotta ai mozziconi risparmiati dal tempo. (...)
M a oltre all'incompiuto e all'irrazionale occorre ricordare come buona parte del fascino di tante creazioni estremo orientali sia dovuto a quella situazione che va sotto i termini giapponesi di «Wabi» e «Sabi» ossia l'incompiuto, il non finito, la povertà del materiale e persino la sua frammentarietà. Questi fattori apparentati all'estetica dello zen hanno contagiato anche molta arte occidentale e coincidono spesso con quel quoziente del vuoto che è alla base di altri prodotti letterari e figurativi attribuiti di solito al concetto di Ukiyoe e tradotto spesso come «mondo fluttuante », ossia come ricorda Pedretti: «Un termine di derivazione buddista che indicava la condizione di impermanenza legata alla vita ordinaria».
Ancora oggi non sono molti che sanno apprezzare «quello che manca»: il vuoto accanto al pieno, l'intervallo e la pausa alle volte più fecondo di spunti creativi dell'opera in sé compiuta.
 
 
 

 

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