Il suo eroe è Alessandro I. Arrivato a Parigi nel 1814 inseguendo Napoleone fuggiasco dopo la disfatta, lo zar si fece una bella passeggiata sugli Champs Elysées, non tanto per godersi il bel sole primaverile quanto per constatare di persona le devastazioni provocate dai cosacchi ai prati e al verde parigini, impegnandosi a rifondere i danni. Ilex Scarpellini, bergamasco, architetto paesaggista di alta scuola (una laurea a Losanna e almeno sessant'anni in giro per il mondo a disegnare parchi e giardini, da Tripoli a Vienna, da Ankara alla Siberia e un po' in tutta Italia), reca fin nel nome l'impronta di una passione atavica per il bello, per la ricchezza di emozioni e di atmosfere che riempiono la vita a chi ama le piante e sa farle amare. Par di capire che un po' ce l'abbia con i cosacchi di casa nostra che per tanti limiti di scienza e di cultura non si rendono conto del degrado progressivo del nostro bellissimo paesaggio; e cerca invano chi possa porvi rimedio. Degrado colposo dovuto spesso all'incuria, ma forse ancor di più al capriccio di chi crede di sapere e non sa. «Il guaio è - dice Scarpellini calibrando le parole - che ciascuno ritiene di essere il depositario del meglio. Si fanno convegni e incontri, ma quando mancano professionalità e volontà politica alla fine ognuno fa come gli pare in assenza di indirizzi univoci. Le intenzioni di architetti, agronomi, geologi, naturalisti, paesaggisti e amministratori sono buone: ma non riescono a trovar modo di stare insieme, cosa che invece avviene tranquillamente dappertutto. Una delle situazioni che più nuocciono è la scarsa perequazione del valore dei suoli: il verde si farà, se si farà, solo sulle aree agricole, non su quelle potenzialmente edificabili. Meccanismi di perequazione dei valori consentirebbero invece di meglio inserire il verde nei centri urbani e nelle periferie».
«Nella stragrande maggioranza dei Comuni non c'è la volontà di prescrivere ai privati la piantumazione di specie botaniche che garantiscano un'armonia ambientale, una configurazione paesaggistica gradevole. Invece vediamo palme alternate ad abeti, a magnolie, a essenze che la natura mai farebbe convivere. Se almeno si dicesse: visto il tipo di terreno scegliamo tutti le acidofile, già sarebbe un bel passo avanti. Invece mescoliamo di tutto a piacimento e creiamo una disarmonia che finisce per mettere a disagio il cittadino. A differenza delle città di tutta Europa da noi non esiste un piano regolatore del verde; quasi mai i regolamenti edilizi dettano prescrizioni in materia, come sarebbe imporre in un dato ambiente la piantumazione di conifere, abeti o pini, anche con riguardo alla direzione dei venti e alla esposizione delle aree. (...)
All'estero c'è invece una radicata consuetudine di mettere insieme le competenze tecniche necessarie a definire un progetto del verde. Ma ci sono anche scuole che da noi mancano della presenza di tecnici di diversa collocazione culturale. La preparazione in questo settore è più che altro personale. Se guardiamo a Versailles vediamo che Le Notre realizza il parco, ma il potager du roi, l'orto di Luigi XIV, lo crea un altro personaggio (La Quintinie ndr)».
Ecco dunque l'idea che piace a Scarpellini: istituire un dottorato di ricerca in «Architettura del paesaggio», proposta elaborata dall'università di Bergamo e immediatamente raccolta dall'architetto. Il Comune di Orio al Serio, schiacciato da un aeroporto in continua crescita, ha già messo a disposizione gli spazi e le aree che servono; ora si cercano i quattrini necessari: 90mila euro.
«Per l'ambiente e il verde - conclude Ilex Scarpellini - dobbiamo offrire al cittadino soluzioni come in campo medico: la decisone sul da farsi viene da diversi professionisti che esaminano il caso e indicano insieme una terapia».