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Il paesaggio compromesso e le nuove regole

 

Dobbiamo tornare a occuparci dell'ultima fase della trasformazione del territorio: il progetto urbano.

Testata:
la Repubblica
 
Data:
08-08-2007
 
Autore:
Fabrizio Rossi Prodi
 
 
Molto si è discusso tra ambientalisti, amministratori e intellettuali su governo del territorio e cultura urbanistica, muovendo da casi particolari come Monticchiello o generali come il Pit; ma il dibattito si è limitato alle procedure, alla programmazione e ai piani, scordando il passaggio cruciale e conclusivo di questa catena: come ottenere la qualità dell'architettura, dello spazio urbano e dei nuovi paesaggi. L'urbanistica da sola non può garantire questo risultato, pur avendo dei primati nella nostra regione: una tradizione legislativa di avanguardia, piani molto avanzati e certi anticorpi del nostro sistema amministrativo, che lo salvano da errori urbanistici eccessivi, come dimostrano alcune recenti vicende assurte alla cronaca. Invero, rispetto a questo intenso sforzo di pianificazione, avanzano spazi di dubbia qualità, paesaggi compromessi, linguaggi architettonici volgari e spazi pubblici trasandati, insomma la svendita dei valori culturali e civili a lungo sedimentati nelle forme e nelle regole del nostro paesaggio.
Perciò dobbiamo tornare a occuparci dell'ultima fase della trasformazione del territorio: del progetto urbano, che immagina la forma di pezzi di città, dell'architettura del paesaggio, di come definire lo spazio pubblico (il luogo delle nostre responsabilità collettive, che deve esprimere i nostri principi e valori), del progetto d'architettura e della buona costruzione.
(...)
Oggi pare tutto smarrito; tutti professano l'eticità dell'urbanistica, mentre il progetto d'architettura pare un po' immorale, sarebbe caduto nella sfera della comodità, del mercato, del profitto, insomma dell'economia; le stesse leggi italiane riducono l'architettura a un fatto puramente tecnico-legale, a procedure amministrative, non le attribuiscono mai un valore di arte civile (a meno che non sia antica), o di interpretazione critica del mondo ed espressione di valori.
Così la nostra cultura e le nostre leggi hanno spogliato l'architettura e il progetto della loro dignità, hanno trascurato di ricercare le giuste procedure e soprattutto di introdurre delle buone pratiche per favorire la qualità nel progetto del paesaggio naturale e urbano, la selezione qualitativa degli architetti, la ricerca in architettura, la qualità delle imprese. E' un'altra faccia della crisi del principio di autorevolezza delle istituzioni e del bene comune, che affligge il nostro paese.
(...)
L'autore è professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana all'Università di Firenze.

 
 
 

 

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