Periferie, quartieri a rischio, zone degradate. Ci vivono 900mila milanesi. Una città nella città. Eppure le aree periferiche restano malate, in crisi. Sicurezza e degrado le emergenze da sconfiggere per il Comune. Vecchi mali e antiche difficoltà, che si chiami disagio sociale o abbandono poco cambia.
Ci sono le parole di uno scrittore-architetto figlio di Quarto Oggiaro, Gianni Biondillo. Ci sono i suoi racconti noir così ben ambientati tra via Lopez e via Pascarella. Poi ci sono le realtà. Anche quelle difficili con cui convivere. Quelle che descrivono una città in perenne conflitto tra centro e periferia. Ma anche quelle di storie di persone, di milanesi, di sciure, di immigrati, che convivono fianco a fianco. E non sempre alla pari. Ci sono periferie dimenticate, altre problematiche, altre ancora quasi ignorate. Di certo sono e restano il centro, il cuore pulsante di Milano.
Il Comune chiede tempo. Il tempo di vedere a regime l'opera dei Contratti di quartiere. Un investimento mastodontico, coraggioso. Un progetto di riqualificare, ridisegnare completamente i complessi popolari. «Servirà tempo, ma darà risultati», assicura il vice sindaco.
«Periferie, degradate ma vivaci e creative» di Massimiliano Castellani
Il commissario Ferraro, a volte all'ora di pranzo, si ferma a riflettere sul presente frenetico di Milano e assaggia qualche cubetto di pesce e di futuro seduto da Edo, un locale di sushi «gestito da cinesi, naturalmente» a due passi da Piazzale Loreto. È appena uscito dalla casa del suo autore Gianni Biondillo, architetto part-time e scrittore a tempo pieno. Scrittore e non giallista: «Quelli ormai ce ne sono anche troppi e se potessi li ammazzerei tutti... Scherzo...». Sorride pacifico e sornione Biondillo, cresciuto nel vecchio bronx periferico di Quarto Oggiaro, dove il suo commissario Ferraro si muove affrontando una comunità variegata, piena di immigrati. Un tempo si parlava dell'immigrazione dei meridionali, fenomeno che ha vissuto sulla sua pelle, figlio di padre casertano e madre pugliese.
Una giovinezza nella jungla metropolitana degli anni '70, di movimento e contestazione, nei quali si nutriva di Pasolini e Vittorini, auspicando un mondo migliore, senza lanciare pietre ai poliziotti, che, come lui, erano i figli di operai. «Mentre gli altri occupavano le università io andavo a pulire i cessi degli uffici dove lavoravano i loro genitori. Un'esperienza che mi ha aiutato a diventare quello che sono adesso». Oggi è uno scrittore apprezzato di questa nuova generazione di quarantenni, post-pulp, molto disgregata, sempre più individualista. Una vocazione che nasce da lontano. «A 18 anni avevo smarrito la carta d'identità e all'anagrafe chiesi che in quella nuova venissi registrato come scrittore. Si creò una discussione con l'impiegato che non era d'accordo. Lo convinsi parlandogli di Le Corbusier che sul suo documento d'identità aveva apposto "homme de lettre". Alla fine l'impiegato si arrese. Pochi giorni fa l'ho rinnovata, ma ho preferito far scrivere "architetto"». Meglio restare con i piedi per terra, con una professionalità più vicina al mondo reale. Biondillo ama una scrittura pura che parte dal basso per arrivare a tutti.
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