Caro direttore, ho letto con grande interesse le riflessioni di Scalfari sul cinema italiano e sui motivi della sua crisi. Un interesse amplificato dalla mia attività di architetto progettista che si confronta quotidianamente con l'attività creativa.
Dico subito di concordare con la sua tesi. Non è la mancanza di valori collettivi a determinare, in certe fasi storiche, la crisi della produzione artistica. Il cinema, ma più in generale l'arte ed ogni disciplina creativa, dalla pittura alla letteratura, non hanno nei valori un loro necessario brodo di coltura. Anche nel campo dell'architettura le considerazioni di Scalfari trovano una puntuale conferma. L'architettura di Roma imperiale, ad esempio, è grandissima anche se spesso gronda di sangue. Ed il progetto della cupola di S. Pietro fu elaborato da Michelangelo negli anni del pontificato di Paolo IV, il papa cioè che codificò l'uso della tortura come pratica ufficiale dell'Inquisizione, che istituì i ghetti per la popolazione ebraica, ed il cui cadavere fu sepolto nottetempo e sottratto alla popolazione romana inferocita.
Ma anche in anni assai più recenti dobbiamo definitivamente accettare il fatto che l'architettura razionalista italiana, da Libera a Terragni a Piacentini, è stata anzitutto architettura commissionata dal fascismo per celebrare il fascismo: ma questo nulla toglie alla sua grandezza metafisica.
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La crisi di un cinema senza linguaggio
Articolo di Eugenio Scalfari su la Repubblica del 2 settembre