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  Documenti LLPP e Protezione Civile , Maestri: Arnaldo Pomodoro  

Maestri: Arnaldo Pomodoro

 

L'incontro

Testata:
la Repubblica
 
Data:
23-09-2007
 
Autore:
Armando Besio
 
 
Sorride del suo cognome, che oggi è un marchio doc, garanzia di grande arte italiana nel mondo, ma l'altro ieri, quand'era bambino, suonava come una condanna e un incubo. «Non solo mi chiamavo Pomodoro ma avevo i capelli rossi e le lentiggini. Lo sport preferito dei miei compagni di scuola era prendermi in giro». (...) Nel suo laboratorio di Porta Ticinese - un'antica stazione di posta per naviganti e carrettieri, sorvegliata da un platano centenario, tra una vecchia casa di ringhiera e il Naviglio, restaurata trent'anni fa dal suo amico architetto Vittorio Gregotti - sta lavorando contemporaneamente a quattro progetti. Una scenografia per la Scala: «La prima per questo teatro, quasi non ci speravo più, sono emozionatissimo».
(...) Che sarebbe diventato un artista lo capì quando approdò a Milano, nel 1953. Era partito geometra, da Pesaro, dove lavorava per il Genio civile. «Per sette anni sono stato impegnato nella ricostruzione di edifici pubblici distrutti dalla guerra. Un'esperienza appassionante, che mi ha fatto crescere dal punto di vista professionale e umano». Lo ha vaccinato, tra l'altro, contro il virus della depressione esistenzialista che contagiò tanti giovani artisti di quel tempo. Lui, Pomodoro, introverso e depresso non lo è mai stato. «La mia arte, anche se astratta e informale, ha sempre un valore etico. E anche quando suggerisce dubbi e produce inquietudine, è aperta alla speranza». Milano per lui è l'effervescente libertà della metropoli contro l'immobile prigionia della provincia. è anche la sfida di un figlio ai genitori che gli vogliono bene ma dubitano del suo talento e temono la sua vocazione. (...)
Il 1954 è l'anno del debutto, alla Triennale. Dove, curiosamente, espone nella sezione merceologica. Pomodoro, che un giorno riscatterà e rilancerà in chiave moderna la tradizione classica della scultura monumentale, comincia la sua avventura dalle piccolissime dimensioni: inventa e fabbrica gioielli. «Con una tecnica molto originale, la fusione con gli ossi di seppia, che mi aveva insegnato un orefice di Pesaro». La mostra va bene, capisce che può farcela. Si licenzia dal Genio civile e scommette sull'arte. Negli anni Sessanta inventa le sfere, d' ora in poi il suo marchio di fabbrica. Dapprima piatte, a due dimensioni. Poi a tutto tondo, alla conquista dello spazio. E sempre più grandi. Tutte caratterizzate dal singolare contrasto tra esterno e interno. L'involucro solare, liscio, luminoso, è aperto da improvvisi squarci che rivelano un' anima ferita. «Ero affascinato dalle forme pure, essenziali della geometria euclidea: sfere, colonne, piramidi. Ma un giorno che al MoMA di New York vidi la sala di Brancusi, restai sconvolto. La perfezione della forma l'aveva già raggiunta lui. Io dovevo battere un'altra strada. Quella perfezione dovevo romperla, corroderla. Svelare un altro mondo oltre la superficie. I grovigli che agitano il sottosuolo della nostra anima e della nostra Terra. E fu così che inventai il mio stile». (...)
 
 
 

 

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