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L'uomo delle illusioni. Natura e finzione

 

Dai greci ai futuristi, così l'arte si è presa gioco della vista

Testata:
Corriere della Sera
 
Data:
03-10-2007
 
Autore:
Francesca Bonazzoli
 
 
Nel mondo occidentale l'arte è quasi sempre stata valutata come l'abilità di creare un'illusione visiva: già le fonti greche narrano con ammirazione la storia del pittore Zeusi che, nel V secolo a.C., avrebbe dipinto un grappolo d'uva così simile al vero che persino gli uccelli tentavano di beccarlo. L'idea che la storia dell'arte fosse un progresso tecnico verso l'imitazione perfetta rimase radicata, tranne durante la parentesi altomedievale, fino al Romanticismo, quando prese il sopravvento il concetto dell'arte come espressione. Sul tema, i dibattiti di artisti e teorici sono stati infiniti, ma i poli della questione restavano essenzialmente fra mimesi e idea, ovvero se l'artista dovesse limitarsi a copiare la natura o dovesse migliorala e correggerne le imperfezioni secondo le capacità intellettive proprie dell'uomo.
(...)
L'illusione della profondità dello spazio fu affrontata in modo empirico fin dai romani: nelle ville di tutto l'impero, per esempio, si realizzavano mosaici pavimentali con decori geometrici che fingevano le tre dimensioni giocando sulle differenze tonali delle tessere in primo piano e sul fondo. Nel '400 Luca Pacioli e Piero della Francesca riuscirono finalmente a codificare i rapporti geometrici tra fondo e figure e la scoperta della prospettiva matematica fu letta come uno dei progressi fondamentali della storia dell'arte. Albrecht Dürer scese a piedi da Norimberga per venire a conoscere questo meraviglioso segreto degli italiani. Una novità talmente entusiasmante che la pittura del Rinascimento diventò tutta un'esibizione di virtuosismo prospettico: non si contano i portici, le finestre, i davanzali, i pavimenti a losanghe che permettono a chi guarda di valutare il talento illusionistico del pittore. (...)
 
 
 

 

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