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Consiglio Nazionale Architetti Pianificatori Paesaggisti Conservatori

 
  L'impotenza urbanistica sulla collina del disonore  

L'impotenza urbanistica sulla collina del disonore

 
Testata:
la Repubblica
 
Data:
16-10-2007
 
Autore:
Rosanna Pirajno
 
 
Le ferite aperte sul corpo vivo della città sono tante, dal vuoto di villa Deliella al troppo pieno delle varie via Lazio che la speculazione politico-mafiosa ha edificato, dalla aggressione palazzinara della green belt degli agrumeti a quella villereccia della corona montagnosa della Piana, agli ultimi accanimenti sugli scampoli di aree urbane libere, le stazioni della via crucis urbanistica non si contano più.
(...) Ora l'Ordine degli Architetti pianificatori paesaggisti conservatori della Provincia di Palermo si propone di «dare un contributo istituzionale» alla questione irrisolta di Pizzo Sella, lanciando un concorso internazionale di idee «per la riqualificazione paesaggistica, urbanistica ed architettonica» di quella ferita, cui si prospetta una vaga opportunità di rimarginare attraverso la «disciplina del progetto di architettura» e l'uso del «linguaggio degli architetti», che si esprimeranno ex post e sostanzialmente ignorando norme di Piano e sentenze di Tribunale per la demolizione degli abusi. L'iniziativa dell'Ordine di un "ragionamento" sui luoghi critici della città, ove più si manifestano le deficienze di progettazione ma anche di programmazione degli interventi, è certo apprezzabile e, come ha annunciato il presidente Frasca, sarà estesa al ruolo perduto delle piazze, al degrado delle periferie, alla difficile definizione della "qualità" architettonica e urbanistica. Difficile prevedere quale idea salvifica possa scaturire dal concorso per Pizzo Sella, le immagini mostrate nel corso della presentazione davano i brividi e un deprimente senso di impotenza prevale anche sulla prospettiva della demolizione degli scheletri, operazione costosa e non risolutiva se non completata da una, anche molto più onerosa, rinaturazione del sito sventrato da poderose opere accessorie. Ma è il ruolo degli architetti nella complessa società moderna che richiede una riflessione, quando si è costretti a ricorrere alla loro opera di demiurghi figurativi a danno fatto, nel tentativo di recuperare con una tardiva partecipazione alle sorti della città il ruolo di tecnici competenti e «neutrali» a cui si sono sottratti, quindi di conferire a posteriori un possibile senso a pezzi di città sfuggiti a ogni ratio urbanistica, estetica, funzionale, morfologica ma soprattutto di configurazione urbana, di modello cioè che racchiuda in sé i migliori ritrovati della «scienza», e non solo dell'arte, di costruire gli spazi vuoti e i pieni di cui si compone una città bella e vivibile.
Un esercizio di stile i cui esiti l'amministrazione comunale, sebbene sia in giuria, non avrà certo voglia o modo di raccogliere ma che potrebbe servire, nel caso facesse breccia nella corazza della assuefazione al peggio, a far crescere la voglia di far parte di quella «città dei cittadini» che invocava Roberto Guiducci nei lontani anni Settanta.

 
 
 

 

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