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L'architetto di clausura

 
Testata:
L'espresso
 
Data:
19-10-2007
 
Autore:
Enrico Arosio
 
 
Chi ha detto che per essere un grande architetto si debba essere dei simpaticoni, degli entertainer, dei pi-erre, delle star, dei clown? Non Peter Zumthor, 64 anni, svizzero, talento indubitabile, carattere difficile.
Ci avevano messo in guardia: è un tipo geniale, ma spinoso. Non ama i giornalisti. Si fa intervistare di rado. Pubblica su riviste il minimo indispensabile. È esigentissimo sulle foto. Detesta lo star system, a cui è iscritto suo malgrado. Tre mesi per ottenere un appuntamento, ed eccoci a Haldenstein, villaggio quieto sopra Coira, nei Grigioni, dove vive e lavora in una grande affascinante casa-atelier con giardino fiorito in cui si entra senza scarpe (o con pantofole di feltro) come in un monastero buddista. Non si capisce dove inizi la casa e finisca lo studio. Ci riceve in un soggiorno dal soffitto altissimo, foderato di acero canadese, libri di narrativa sparsi in giro, un contrabbasso alla parete. Zumthor è un divoratore di letteratura e per anni ha suonato jazz, Miles Davis e i dintorni del cool, è un vero appassionato di musica, da Brahms fino ad Arvo Pärt, perché la musica, come diceva Leonard Bernstein, si divide in due soli generi: buona e cattiva.
Zumthor ha uno sguardo da esaminatore. Prende tempo prima di parlare. Frasi brevi, semplici. Pause in cui pare valutare il potenziale dell'interlocutore. "Io amo le case", dice: "Amo le piazze, le città, gli oggetti ben costruiti, fatti per durare. Non mi interessa l'architettura di carta, per il gusto di pubblicare". Non che lo infastidisca parlare di architettura, spiegherà poi, ma "l'architettura è esperienza fisica ed emotiva, non linguaggio". Devi esserci dentro, avvertire lo spazio, ascoltare; solo dopo, volendo, se ne può parlare. Dopo il riconoscimento internazionale avuto nel 1996 con le Terme di Vals, sempre nei Grigioni, uno spazio quasi meditativo che scaturisce da enormi muraglie in pietra e calcestruzzo, con aperture spettacolari e nicchie misteriose, giochi di acqua e luce raffinati, un architetto di fama regionale è diventato di colpo un personaggio di culto. Fama che si è consolidata con la Kunsthaus di Bregenz, il parallelepipedo museale ricoperto di scaglie di cristallo opalescenti che si specchia nel lago di Costanza. E ora con il Kolumba appena inaugurato, il museo d'arte della diocesi di Colonia in laterizio giallo, che conserva rovine antichissime, del primo secolo dopo Cristo. O con l'enigmatico spazio di preghiera dedicato a Bruder Klaus, santo contadino tedesco del quindicesimo secolo, torrione isolato tra i campi di grano della Eifel. In origine era una struttura di tronchi disposti a cono; sui tronchi furono gettate 24 colate di calcestruzzo, e i tronchi poi bruciati in un falò finché è rimasta la sola armatura brunita e uno squarcio aperto sul cielo. Zumthor è un architetto della fisicità, e insieme è sommamente spirituale. Ogni sua opera, piccola o grande, diventa meta di pellegrinaggio.
(...)

 
 
 

 

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