Chiese più belle, la tecnica c'è. E il senso sacro?
Testata:
Avvenire
Data:
09-11-2007
Autore:
Giorgio Agnisola
Quanto ha scritto Leonardo Servadio pochi giorni fa (Agorà del 30 ottobre) a proposito del dibattito tra iconicite aniconicità nei luoghi di culto mi pare molto interessante e fondamentalmente può applicarsi ad ogni forma di arte sacra.
Acutamente Servadio sostiene che alla fine, nel momento di compiere una scelta, ciò che conta è l'esperienza riflessa nella tensione religiosa del fedele, nella esigenza e nella necessità di comunicare. Entrare in una chiesa ha un significato che va ben oltre le emozioni epidermiche ed individuali. Significa aderire a un progetto comunitario, accogliere l'evento che si rinnova nel sacrificio e nella promessa di una nuova ed eterna alleanza tra terra e cielo. Ma se questo resta il dato fondamentale, allora è possibile pensare che se per un verso è facile, uscendo dai canoni tradizionali, realizzare chiese del tutto aliene da ogni autentico spirito cristiano, per l'altro, proprio per quella libertà che all'artista viene riconosciuta, in virtù del suo irripetibile linguaggio, e proprio per quella creatività senza precedenti che l'artista oggi può interpretare, grazie anche alle moderne tecnologie costruttive, nel segno stesso di una libertà interpretativa che di fatto attraversa nel bene e nel male tutta l'arte contemporanea, allora le chances di realizzare chiese più belle, attraversate in profondità dall'esperienza del sacro, sono di fatto oggi cresciute. Il fatto è che non sempre gli architetti e i progettisti, e quanti a vario titolo sono chiamati a collaborare alla edificazione dei luoghi di culto, vivono un'autentica esperienza di fede, sono consapevoli della loro responsabilità ecclesiale. (...) |
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