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È il contesto che fa belli i grattacieli

 
Testata:
la Repubblica
 
Data:
26-11-2007
 
Autore:
Fulvio Irace
 
 
A Milano quello dell'altezza è un morbo antico che risale agli anni in cui il grattacielo si chiamava ancora grattanuvole. Nel 1923, il primo sostenitore fu Benito Mussolini intervenendo a favore del progetto dell'architetto Arata per un colosso "all'uso americano" in via Leopardi, alle spalle di Cadorna: «Sempre più in alto deve essere la divisa potente dei costruttori moderni - scriveva il Duce sull'Ambrosiano - invece di deturpare i sobborghi milanesi con quella distesa di ridicole conigliere che umiliano gli uomini». Le perplessità rimasero e il grattacielo non si costruì, ma la smania di alzarsi non cessò di tormentare l'opinione pubblica e il dibattito degli specialisti. Se l'autore della Borsa, Paolo Mezzanotte, ne contestava ad esempio l'assurdità rispetto al modo di vita tradizionale e allo stesso pretesto dell'economicità, architetti e amministratori non smisero di sognare la modernizzazione di Milano che già nel 1937 punteggiava viale Vittorio Veneto, corso Venezia, piazza San Babila, corso di Porta Vittoria e piazza cinque Giornate di "audaci" costruzioni di 50 metri. Negli anni 50 Gio Ponti esaltava nella sua Guida di Milano Moderna la città " in quota" che alzava i suoi livelli con piazze-terrazze dalla Montecatini alla Torre Velasca.
Lo stesso decano dell'architettura milanese - Luigi Caccia Dominioni - non ha mai nascosto il rimpianto per il mancato sogno di una manciata ben ordinata di grattacieli nel verde della cintura oltre il centro storico della città. Un'occasione mancata l'ha sempre definita, quella che avrebbe consentito a Milano di rimanere intatta nel suo cuore tradizionale e "spericolata" nei grattacieli "altissimi e bellissimi" del suo nuovo peace maker oltre i Navigli.
Ciò che è accaduto invece è sotto gli occhi di tutti e a sentire le polemiche che si scatenano ogni volta che si esce fuori della norma, viene fatto di pensare a un peccato d'origine mai risarcito. Il grattacielo infatti - in Europa come in America - è fatto per dividere: ispira venerazione e timore, scatena ambizioni e paure. Può essere olimpico o orwelliano: dipende dai punti di vista. (...)

 
 
 

 

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