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  Costruire con poesia  

Costruire con poesia

 

Intervista a Sottsass. Si apre oggi una mostra a Trieste

Testata:
la Repubblica
 
Data:
05-12-2007
 
Autore:
Enrico Regazzoni
 
 
Ettore Sottsass, o della facilità. A incontrarlo nella sua casa milanese, a sentirlo parlare con la calma e la semplicità che lo hanno fatto amare non meno delle sue opere, a vedere con quale garbo respinge gli acciacchi dei suoi novant'anni (è nato a Innsbruck nel 1917), sembra che sia facilissimo diventare un architetto di riferimento per tante generazioni, riempire il mondo di oggetti colorati, attraversare la lunga vita restituendo felicità. Ora una grande mostra lo festeggia a Trieste (ideata e curata da Alessio Bozzer, Beatrice Mascellani e Marco Minuz, apre oggi al Salone degli Incanti dell'ex Pescheria, catalogo Electa).
Centotrenta opere organizzate in sette aree tematiche, dall'architettura al design, alla fotografia, al gioiello, al disegno, e un titolo che fa da stemma all'appassionata curiosità che ha sempre spinto il lavoro di Sottsass: "Vorrei sapere perché". Lui minimizza, quasi si parlasse di un altro. E se lo si interroga sul segreto di tanta facilità, taglia corto: «Ho un buon carattere. E, senza presunzione, sono coraggioso».
Ragionando d'architettura, lei chiama spesso in causa i sentimenti. E' sempre stato così forte il carico emotivo del suo lavoro o è cresciuto con gli anni?
«Tutto è iniziato dopo la guerra, è allora che ho cominciato a reagire alla razionalità del moderno. La speranza chi ci fosse una verità da qualche parte ha fatto crescere il valore dei sensi, anche perché da giovane ho vissuto una vita molto sensoriale nei boschi, qualcosa di diverso da ciò che insegnavano i grandi maestri, Le Corbusier e compagni. Amavo moltissimo questi maestri, ma ciò che dicevano non mi bastava».
(...)
Oggi il razionalismo le appare come un dio che ha fallito?
«Fallito no di certo, perché ci ha lasciato tracce profonde di idee. Quello che penso è che non basta. Il razionalismo sperava di andare avanti a misure. Ora, questo tavolo che sto toccando ha senz'altro una misura. Ma soprattutto ha un materiale, una temperatura, un peso: è una cosa, insomma, non una misura. Lo stesso Mies, nel suo padiglione per l'Expo di Barcellona, ha fatto una meravigliosa architettura di linee, superfici, distanze. Ma poi ci ha messo una vasca di acqua ferma. E ci sono poche cose più sensoriali dell'acqua ferma, piena di vermicelli. Al fondo della vasca, poi, c'è la scultura di una donna nuda. E il razionalismo che fine fa? L'acqua è imprendibile, mentre il razionalismo voleva essere prendibile. E la donna nuda non è misurabile».
Che effetto le fa la parola postmoderno?
«Non è quello che si pensa. E' un tentativo americano di trovare una zona autoctona nella loro architettura. Di darsi una storia. Loro erano molto interessati alle farm, tipo Shaker, e il libro che lanciò questo termine si intitolava Learning from Las Vegas, come dire: abbiamo anche noi qualcosa da insegnare. E riguardava tutta questa parte dell'architettura, fino alla presenza dei modelli palladiani nell'architettura governativa americana».
(...)
Un'ultima cosa: perché sostiene di non avere un'idea di bellezza?
«Perché so soltanto che la bellezza è una convenzione: fra noi due, fra nazioni, fra periodi storici. Ci si mette d'accordo su cosa è bello, di nascosto. Se dipingi una madonna con bambino, bene o male sei nella zona della bellezza. Ma bisogna anche dire che nella prima sala degli Uffizi ti metti a piangere davvero. Non so se sia per la bellezza o per il sacro. So solo che non puoi sottrarti».
In definitiva, si sente capito o solo venduto?
«Mah, io ho molti amici. Voglio dire che non c'è da capire, ma da amare».

 
 
 

 

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