Nel tentativo di tracciare una possibile mappa della città moderna, il tema della casa e della qualità dell'abitare rappresenta probabilmente l'aspetto più complesso del binomio uomo-architettura. Entrare in una casa, percorrere la sequenza dei suoi ambienti, percepire la città e ritrovarla dentro gli spazi più intimi, intuire il continuo passaggio tra interno, esterno e tutto ciò che ci sta in mezzo; architettura costruita per l'uomo, per la città e la specificità dei suoi luoghi, per chi la abita, per chi la immagina, per chi nel tempo la custodisce. Tutto questo ritroviamo nel progetto che Giuseppe Samonà (1898-1983) realizza, tra il 1950 ed il 1954, per un giovane e facoltoso scapolo, Gabriele Scimemi, allora direttore della Società Generale Elettrica della Sicilia - oggi Enel - che gli commissionerà anche i progetti per l'omonima sede palermitana in via Marchese di Villabianca (1961 - '63), nonché quelli per le centrali elettriche di Augusta, Termini Imerese, Milazzo, Patti e Siracusa.
Situata nell'estrema punta a Sud Est della baia di Mondello (viale Principessa Giovanna, 2), a pochi metri dalla spiaggia, la villa è l'ultimo lotto edificato lungo il viale Regina Elena prima della scogliera e sotto l'incombente mole del Monte Pellegrino; la si scorge appena attraverso la recinzione e l'alta alberatura che la isola dalla strada, ma quel che basta ad intuirne l'insolita presenza all'interno della variegata declinazione tipologica che trova, nella borgata palermitana, ampio campo di sperimentazione.
Insolita anche all'interno dell'intensa attività del suo progettista, costantemente alimentata da un'inesauribile necessità di rinnovamento e da una propulsiva apertura ai diversi ambiti disciplinari, dalla filosofia alla politica, dalla scienza all'economia; caratteristiche queste che faranno degli anni della sua direzione all'Istituto Universitario d'Architettura di Venezia (1943 - '72) un vero e proprio «capolavoro didattico», punto di riferimento del dibattito architettonico europeo.
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«Ebbene la maggior parte di noi vive in case ridicole, indegne, vergognose per uomini che si rispettino (...); e tutti viviamo in una città in disfacimento ipertrofico, in cui la mancanza di una visione urbana travolge le possibilità di sviluppo di organiche comunità». Se quanto scritto da Bruno Zevi nel 1948 nel suo saggio Saper vedere l'architettura appare oggi più che mai attuale, in una società che chiede di abitare improbabili e variegati surrogati stilistici piuttosto che glaciali navicelle spaziali rigorosamente metalliche e trasparenti, "decorate" in stile rustico o da "obitorio" a seconda del gusto e della moda, all'interno di questo desolante panorama, accade per fortuna di restare piacevolmente colpiti dalla capacità di saper vivere, oltre che vedere, l'architettura, «perché nello spazio coincidono vita e cultura, interessi spirituali e responsabilità sociali».