(...) De Lucchi, che cosa si aspetta dal Salone 2007? «Una gran folla di gente, da tutto il mondo, sedotta da quella speciale capacità di attrazione che solo Milano possiede, e che ogni anno aumenta». Che cosa attrae tanta gente? «Un' idea di design che non è solo una disciplina specialistica, lampade tavoli o sedie, ma una filosofia, un metodo, un' arte. Il Salone ha successo perché riesce a suscitare curiosità e sorpresa, con le armi dell' ironia, del confronto anche violento, della ricerca, del paradosso. Merito, va detto, anche delle riviste. Ce ne sono di più a Milano che in tutti gli Stati Uniti. Checché ne dicano i catastrofisti, l' Italia è ancora la patria del design». E Milano, è ancora il cuore del made in Italy? Torino, che nel 2008 sarà Capitale mondiale del design, la sta tallonando. «Torino sta gestendo molto bene la scia delle Olimpiadi. Ma Milano resta al centro, perché possiede una dote unica: presenta non solo prodotti finiti ma anche prototipi, sa guardare avanti, suscitare ispirazioni, oltre i condizionamenti e le omologazioni del mercato». Torino però appare più vivace. «Perché ha grandi gallerie, grandi istituzioni, grandi manager. Ma anche Milano si sta attrezzando». Per esempio? «La Triennale di Rampello. All' inizio lo osteggiavo. Oggi penso che sia un punto di riferimento della vita culturale cittadina. Ha visto la nuova Triennale Bovisa? Se ha un difetto è che è troppo chic. Dovrebbe essere più autenticamente periferica. Ma è un luogo incredibilmente vitale». A proposito di Triennale: come procede il museo del design? «Sto preparando lo spazio della curva al primo piano, dotandolo di nuovo ingresso, impianti elettrici, condizionamento, illuminazione, pavimenti eccetera. L' allestimento vero e proprio sarà poi affidato, a rotazione, ogni paio d' anni, a un architetto e a uno scenografo».
(...) Un consiglio ai tanti giovani che studiano design. «Credere nell' industria, possibilmente amarla. L' industria intesa come sperimentazione, innovazione. Diffidare del mercato, fonte di soddisfazioni economiche ma anche di distorsioni. Il mercato guarda alla massa indistinta, spegne la creatività, chiede banalità. Le aziende che guardano solo al mercato sono, non a caso, quelle che più spesso vanno in crisi. Perché non hanno ideali, ragioni forti di esistere».