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Il gioco dei passi perduti

 

Labirinti

Testata:
Il Giornale
 
Data:
07-07-2007
 
Autore:
Ezio Savino
 
 
C'era una volta un re. Dominava Babilonia e le isole. Era arrogante, pieno di sé. Convocò architetti e capomastri. Impose ai maghi di corte di concepire il disegno di un edificio così involuto e arduo che un uomo prudente non vi si sarebbe avventurato mai, e uno stolto, entrato, non avrebbe più scoperto l'uscita. Progetto scandaloso, perché solo Dio ha facoltà di confondere e meravigliare gli uomini. E facendosi costruire quel labirinto, il monarca s'identificava con il Creatore, prenotandosi lo sfacelo.
Accadde che il re degli Arabi venisse in visita a Babilonia. Al collega non sembrò vero di umiliare un pari grado. Lo fece scortare all'ingresso del dedalo, lo immerse nei meandri. Solo al tramonto, e invocando il soccorso di Allah, l'arabo rinvenne l'entrata. Non recriminò. Si limitò a rivelare che dalle sue parti i labirinti non perdonavano. Il suo ospite l'avrebbe sperimentato, quando avesse voluto. L'arabo tornò a bussare a Babilonia, ma questa volta con soldati e carri da guerra. Rase in cenere il paese, labirinto di bronzo compreso, con tutte le porte, le giravolte e i ciechi anditi. Legò il rivale su un cammello e lo condusse al centro del suo deserto. Qui non si scorgevano portali, né budelli di pietra, né reticoli murari. Lasciato a se stesso, il re sconfitto non fece più ritorno. Le sue ossa biancheggiarono sulla sabbia senza confini.
Dobbiamo il racconto, I due re e i due labirinti, alla penna argentina di Jorge Luis Borges. L'apologo è labirintico, non solo perché l'arcano, letale groviglio di spazi ne è cuore, ma anche perché è esso stesso diverticolo narrativo che s'incastra in più ampie estensioni. Forma l'appendice (e la chiave, uno dei molteplici fili d'Arianna) dell'immaginoso Abenjacàn il Bojarí, ucciso nel suo labirinto. Qui teatro è la Cornovaglia, sperone sudoccidentale di Albione, preistorico polo commerciale dello stagno, prima che culla celtica e scenario di avventure arturiane. I labirinti vi sono di casa. Nereggiano sulle alture le Cornish stones, tortuosi allineamenti megalitici in funzione di capisaldi fortificati, ma vi si ergono anche castelli (Tintagel è il più evocativo) e vi si interrano cunicoli minerari.
Non è dunque peregrino che Borges vi ambienti le conversazioni di Dunraven, il poeta, e di Unwin, il matematico (fantasia mitica e rigore algoritmico si intrecciano, nel labirinto), due improvvisati esploratori che alla vigilia della prima catastrofe mondiale (siamo nell'estate del 1914), si propongono di sviscerare il mistero della morte del re di Babele (la Babilonia della menzionata parabola). Il forestiero, giunto per nave nelle lande di Cornwall flagellate dai venti oceanici, vi fa costruire dai muratori locali, assoldati per l'impresa, un inestricabile gomitolo di muraglie, tinteggiate di un cremisi che i secoli e il maestrale sbiancano a enigmatico ossame di pietra. Giravolte concentriche, con false porte, strettoie, sbalzi di livello che conducono a un'inaccessibile camera centrale. Fortezza e carcere, sontuosa cassaforte e cella espiatoria, la stanza interna era divenuta la dimora estrema di Abenjacàn.
(...)
Mistero, aggrovigliata architettura, uno spazio centrale - rifugio, clausura, trabocchetto - tragitto penoso, morte e rinascita: gli elementi costitutivi del labirinto si ammassano in questi racconti di Borges, che all'intrico consacrò riflessioni e versi, scorgendovi l'infinita catena di cause ed effetti, la diversità delle creature che compongono un universo tanto singolare e incommensurabile che la linea retta è tale solo perché non ne se distingue la sterminata curvatura e, al contrario, l'abissale capocchia di spillo di un Aleph, punto in cui tutti i punti s'addensano, ne è stregonesco involucro.
I costruttori che intorno al 2000 a.C. livellarono la sommità di Kefala, a Cnosso, isola di Creta, per agglutinarvi, secolo dopo secolo, camere, cunicoli, cortili e passaggi, fondando il dedalo originario (più cammini che sboccano a un unico centro, mentre il labirinto puro, o unicursale, mostra una sola via, che il viaggiatore percorre doppia, per conquistare il nucleo, e riemergerne), innescarono l'enigma. Che cos'era il prodigioso mosaico di ambienti? Le leggende narravano di uno schizofrenico monarca, Minosse, spietato esattore di vittime umane, ma patrono dei giudici, tanto che gli fu assegnato il tribunale dei morti. Se l'era fatto costruire dal greco Dedalo (che brevettò la squadra, la sega, la statuaria, le vele e, forse, le spericolate ali di penne e cera) per seppellirvi il Minotauro. I primi scopritori moderni, fra cui Arthur Evans, interpretarono il labirinto come palazzo dei despoti minoici. Scorsero nell'ascia doppia, làbrys, emblema dei re cretesi, signori della luna crescente e calante, il nocciolo del nome. Altri vi lessero una necropoli. Aggiornate rivisitazioni ne sembrano chiarire la funzione di santuario, agglomerato di zone cerimoniali, abbazia e Vaticano di un organismo statale accentrato e teocratico. Attraversandole, il fedele rinasceva a vita nuova. Percorso di purificazione, il labirinto potrebbe dunque essere un itinerario per l'anima. E dislocarsi nell'aldilà. (...)
Il fascino del labirinto è racchiuso anche nella sua vitalità di segno che si moltiplica nello spazio e nel tempo. Non c'è cultura che lo ignori. (...)
 
 
 

 

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