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  Anche il cinismo di Koolhaas fa parte dei ricordi  

Anche il cinismo di Koolhaas fa parte dei ricordi

 
Testata:
il manifesto
 
Data:
03-10-2007
 
Autore:
Lucia Tozzi
 
 
Appena entrato nelle gallerie di un inferno molto rassomigliante a un qualche locale hard di Manhattan, Woody Allen - nei panni del Deconstructed Harry - domanda a un uomo dall'aria vagamente triste e preoccupata quale sia il motivo della sua condanna. La risposta, ormai celebre almeno quanto il «Nessuno è perfetto» di A qualcuno piace caldo, è «Ho inventato i serramenti di alluminio anodizzato». Se Allen avesse avuto la possibilità di leggere Junkspace di Rem Koolhaas (ora pubblicato da Quodlibet con la cura di Gabriele Mastrigli, euro 13,50) prima di scrivere la sceneggiatura, probabilmente l'inventore dell'alluminio anodizzato sarebbe stato sostituito da due colleghi: gli inventori dell'aria condizionata e della scala mobile. Stando alla cupa descrizione di Koolhaas, infatti, questi due elementi hanno esercitato un'influenza molto più profonda sul mondo contemporaneo rispetto al pur terrificante pugno nell'occhio offerto dalla diffusione degli infissi di alluminio: la loro combinazione ha radicalmente modificato lo spazio antropizzato nel suo codice genetico, dando origine a un continuuum infrastrutturale sigillato dal cartongesso, a una estensione infinitamente uniforme di aeroporti e centri commerciali che ha assestato un colpo definitivo alla presa dell'architettura sulla realtà. In spregio alle cure e alle intenzioni degli architetti, infatti, noi viviamo per lo più immersi in questo nuovo tipo di spazio - il junkspace, appunto, lo spazio-spazzatura - manipolatorio, progettato per disorientare, privo di qualsiasi identità e pronto ad assumerne cento fasulle («l'iconografia del junkspace è per il 13% romana, per l'8% Bauhaus, per il 7% Disney, per il 3% Art Nouveau, seguito a poca distanza dai Maya...»), soprattutto privato, cioè «soggetto a condizioni». Uno spazio disarticolato, orizzontale, che sostituisce la gerarchia e la composizione con l'accumulo, la cui valenza politica è contrassegnata «dalla rimozione centrale della facoltà critica in nome del comfort e del piacere». Che quella di Koolhaas non sia una deprecatio né un appello all'insurrezione contro questo spazio «condizionato» è noto. Koolhaas si limita a descrivere il mondo, non ha alcuna pretesa di cambiarlo, tanto meno con gli inutilizzabili strumenti della teoria e della pratica architettonica. Quello che forse risulta meno chiaro, soprattutto in Italia, è che tuttavia i suoi testi più recenti, scritti e riscritti, pubblicati in decine di versioni diverse e contrastanti - per la disperazione dei filologi - non hanno più quel carattere di manifesto, seppure retroattivo, che aveva il suo primo libro, Delirious New York. Le ultime tracce di quel cinismo ostentato, espressione del postmoderno più ludico, sono sparite da tempo.

Villeggiature in città tra rovine di utopie di Rem Koolhaas
Le malinconiche derive dell'urbanistica contemporanea nell'era della globalizzazione. Un testo inedito del progettista della celebre Maison di Bordeaux
(Courtesy of Rem Koolhaas. Traduzione di Gabriele Mastrigli)

 
 
 

 

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