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Eisenman: «Cari italiani, così rovinate l'architettura»

 

Il progettista americano attacca: da Ground Zero al Vecchio Continente troppe speculazioni

Testata:
Corriere della Sera
 
Data:
17-10-2007
 
Autore:
Stefano Bucci
 
 
«Certo in Italia la politica condiziona l'architettura. Ma ha visto cosa succede in America? Lì sono sempre i soldi a imporre i progetti. È per questo, per far piacere agli investitori, che la ricostruzione del World Trade Center si è ormai ridotta ad una semplice operazione di speculazione edilizia. Ed è proprio così che, negli Stati Uniti di George W.Bush, il denaro ha finito per annullare la creatività ». Peter Eisenman è da sempre «un grande architetto controcorrente» (non a caso è stato direttore di una rivista chiamata Oppositions), un architetto che ama il confronto, la discussione, la polemica, la provocazione. Fin dai tempi dei «Five Architects» (la definizione venne coniata da Kenneth Frampton nel 1969 tra le mura del MoMa di New York): cinque architetti (assieme a lui c'erano Charles Gwathmey, John Hejduk, Richard Meier e Michael Graves) a lungo impegnati nella ricerca dell'«impatto sociale del progetto» e di cui Eisenman è stato inequivocabilmente l'anima teorica.
(...)
Eisenman è davvero sicuro che la politica non faccia male all'architettura: «La politicizzazione del progetto è sempre esistita. Oltretutto Bassolino e Veltroni amano la buona architettura e sanno scegliere. Piuttosto il problema è che nelle commissioni che in Italia giudicano i progetti ci sono troppi ingegneri, troppi tecnici, troppi vecchi che penalizzano la creatività, la novità, i giovani». Il presidente della Regione Campania e il sindaco di Roma vanno così ad aggiungersi idealmente agli altri grandi amori italiani di Eisenman (nato nel New Jersey nel 1932, cugino di un'altra superstar dell'architettura come Richard Meier) che ha scoperto il nostro Paese con il più classico dei Grand Tour nel lontano 1961: la Chiesa di Santa Maria del Priorato di Malta di Piranesi, Sant'Ivo alla Sapienza e San Carlino alle Quattro Fontane di Borromini e soprattutto Santa Maria in Campitelli.
E poi Palladio, Scamozzi, Vignola, Giulio Romano, Bernini, Bramante («mi piace perché conosceva le regole e sapeva come trasgredirle») e Giuseppe Terragni (a lui aveva dedicato un bel volume edito nel 2005 da Quodlibet). Oltre al Neorealismo, a Bertolucci, alle Mani sulla città di Francesco Rosi, a Manfredo Tafuri e Aldo Rossi («Frank Lloyd Wright? Non mi piace »). (...)
Eisenman non è particolarmente osservante in materia di religione. Ma parlando di Auschwitz finisce per commuoversi. È solo un attimo e poi torna il solito Eisenman ironico e divertente che insegna architettura a Yale: «I colleghi della della mia generazione, da Gehry a Isozaki, da Graves a Meier, hanno occupato e continuano ad occupare quasi tutto lo spazio disponibile. Quello che restava è andato ai cinquanta- sessantenni come Zaha Hadid, Nouvel o Koolhaas. Ai giovani non è toccato quasi niente anche perché, da parte dei committenti, non c'è quasi mai voglia di cercare nomi nuovi». Ma anche il successo ha, in fondo, i suoi risvolti negativi: «Le superstar dell'architettura sono diventati dei veri e propri "marchi", delle "firme" come quelle della moda. Ed a loro viene chiesto, in qualche modo, di ripetersi: Gehry, insomma, sarà condannato a rifare sempre il Guggenheim di Bilbao».

 
 
 

 

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