In cima a Milano, lassù in alto, la Bicocca coi suoi Arcimboldi, e l'Università, e le sue case nuove da quartiere-modello: che «in realtà ogni sera, quando gli studenti se ne vanno, è piuttosto un quartiere- fantasma, morto e senz'anima ». E appena sotto ecco invece Niguarda, con le sue strade case Aler e vecchi bar: dove magari un'anima ci sarebbe, ma a mancare è la vita dei giovani, anzi sono proprio i giovani. Come dire due pezzi di città così diversi, eppure uniti da due opposte solitudini, causa «rottura degli equilibri precedenti».
In mezzo, però, anche trenta fra associazioni enti e gruppi di volontariato da oggi «in rete» non solo per denunciare («Le istituzioni non hanno un piano»), ma soprattutto per rilanciare e chiedere: «Bicocca e Niguarda possiamo farle vivere noi, Comune e Regione ci aiutino».
L'hanno chiamato il «Patto della Bicocca». I suoi promotori chiedono al Comune di essere «riconosciuti come interlocutori ». E alla Regione di «fare chiarezza sui progetti ancora in cantiere per l'area, come l'ex Manifattura Tabacchi e l'ex Ansaldo, in predicato di diventare rispettivamente Centro di cinematografia e centro direzionale-commerciale»: ma prima almeno informateci, dicono quelli della zona.
Analisi e patto sono ciò che è stato presentato ieri all'Università Milano-Bicocca. La prima è il frutto di una ricerca promossa dal Laboratorio territoriale dell'Agenzia di Cittadinanza. Il secondo è una Carta d'intenti con cui i trenta sottoscrittori di questa nuova «rete Niguarda-Bicocca» - dalla Caritas alle Acli, dalla fondazione Don Gnocchi alla stessa Università - mettono sul piatto il proprio impegno.
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