In futuro saranno guardati forse come i "monumenti" della nostra epoca, le rovine dell'Italia a cavallo fra il ventesimo e il ventunesimo secolo. Ce ne sono almeno trecentocinquantasette, dal Veneto fino a Lampedusa. Tutte rimaste così, a metà. Opere pubbliche mai finite. Scheletri in calcestruzzo che si alzano minacciosi verso il cielo.
Viadotti sospesi nel vuoto. Stadi scoperchiati. Ospedali abbandonati. Visti da vicino fanno molto scandalo. Emblemi dello spreco italico. Corpi di reato in esposizione permanente. A pensarci bene però, ci vuole anche tanto talento per non portare mai a compimento qualcosa che è stato generosamente finanziato, faticosamente progettato, magari anche violentemente conteso a colpi di tangente o ancor peggio a fucilate. Che cosa è in fondo un'opera mai finita se non anche espressione di una perversa creatività, di uno stile. Come il barocco. Come l'arabo-normanno. Qualcuno ha provato a dare un nome a quella forma di fantasia costruttiva-distruttiva. Eccolo: "l'incompiuto siciliano". Esportato in tempi recenti e con successo in Continente. Preso a modello. Imitato.
Come spesso accade in certe faccende la "perfezione" si raggiunge solo in Sicilia, isola laboratorio, anticipatrice di idee per un'Italia disposta il più delle volte ad accettarle o addirittura farle sue. E non a caso, di quelle trecentocinquantasette opere pubbliche mai finite, più del cinquanta per cento - centosessantotto - sono tutte là: fra Palermo e Siracusa, da Agrigento a Catania. In un solo paese ai piedi dell'Etna se ne contano 12. È Giarre la capitale italiana dell' «incompiuto siciliano». L'ultimo censimento rivela che ci vivono quasi in ventimila, ma fra i suoi gioielli architettonici c'è anche un campo di polo per ventiduemila spettatori.
Per scoprire la "genialità" edilizia di quell'Italia in fondo all'Italia e quanto sono stati capaci di fare poi con il cemento armato anche nelle altre regioni, un gruppo di giovani artisti ha perlustrato la penisola per ventiquattro mesi e monitorato tutte le «incompiute» dal 1951 al 2006. Hanno ripercorso - passaggio dopo passaggio - il cammino di ogni opera. Dalla delibera di giunta comunale con la quale si era approvata fino alla progettazione negli studi tecnici, dall'inizio dei lavori in un cantiere ai lavori mai conclusi in un altro cantiere. E poi hanno rivisitato tutto il resto che conta: le modalità delle gare d'appalto, i vorticosi meccanismi dei sub appalto, le varianti, gli «adeguamenti prezzi». L'iter completo. Con decine di ingegneri, centinaia di geometri, migliaia di muratori, con quintali di carte e planimetrie e tonnellate di calce e ghiaia e sabbia per arrivare a costruire niente e poi ancora niente. Le incompiute di solito nascono già così: incompiute.
E' un viaggio fra arte e indagine giornalistica quello portato in mostra a Roma - l'inaugurazione c'è stata giovedì sera alla galleria V. M.21 artecontemporanea in via della Vetrina 21 - per raccontare i "monumenti" dell'Italia moderna. Quelli di Alterazioni Video sono ragazzi di Milano e Bologna dai 25 ai 36 anni che hanno girato il mondo - un paio di loro vivono fra New York e Shanghai - e sono poi scivolati in un'Italia «tra realtà e immaginazione» fatta di cattedrali fantasma, dighe senza acqua, palazzetti dello sport senza gradinate, parcheggi senza uscite, case senza porte. Un Atlante dell'Italia a metà. Dagli ospedali mai finiti dell'Abruzzo ai cinema della Basilicata, dai mercati coperti della Calabria agli snodi autostradali della Padania. L'ex dispensario di Potenza. Il passante di Mestre. Il nosocomio di Torre Annunziata. La discarica di Cerro Maggiore, in provincia di Varese. La Salerno-Reggio. Il teatro di Rimini. Grandi e piccole opere. Tutte in puro stile "incompiuto siciliano".
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L'intervista a Mario Botta: c'è estetica anche nel non finito. "Il cantiere abbandonato è denaro buttato al vento" di Alessandra Retico