Piano è un bel nome, per un architetto figlio di un costruttore. È come se uno scrittore si chiamasse Righini; un uomo d'affari, Soldi. Un nome preciso e artigianale. Il Renzo Piano Building Workshop (fondato nel 1981) comprende un laboratorio con le vetrine su rue des Archives, nel Marais di Parigi. Ogni tanto una vecchietta porta una sedia da riparare, e gliela sistemano. A prezzi politici, immagino, altrimenti la signora potrebbe subire uno choc letale. Dopo Michael Moore (settembre) e Dustin Hoffman (novembre), ho passato due ore con Renzo Piano. Ottime, devo dire: i mostri sacri sono meglio dei mostri e basta, di cui la cronaca abbonda. L'intervista (andrà su Sky Tg24 il 28 dicembre) mi è piaciuta. Ma non si offenda, l'architetto genovese: le cose che ho visto mi hanno colpito più delle cose che ho ascoltato.
Renzo Piano ha illustrato i progetti appena realizzati, in corso o mai partiti: due a Londra, due a New York, le polemiche di Torino, le perplessità su Milano. Ha spiegato perché talvolta è meglio non costruire parcheggi. Ha suggerito come affrontare i compleanni pesanti e mi ha parlato degli amici che mancano (Berio, De André). Ha risposto anche a un'insidiosa domanda su Genoa e Sampdoria (blucerchiato, pare).
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